lunedì 14 novembre 2011

Sentire, ascoltare /non c'è 12 senza 12


Il modo di fare letteratura e di fare critica letteraria sono cambiati. E non da ora. L'online ha permesso il circolare di idee e di opinioni inedite e ha contribuito alla nascita di una nuova sfera pubblica letteraria.
Le élite tradizionali sono state messe in dubbio e nuove, più vivaci e più autorevoli, voci hanno portato linfa fresca al dibattito pubblico letterario. Alle corporazioni tradizionali di scrittori e di critici, accreditati dal prezzo e dal nome della rivista che li ospitano piuttosto che dalle parole e dalle idee che avanzano, si sono sostituite o sovrapposte comunità online, il cui alto valore è testimoniato dalla capacità dei suoi membri di sollevare criticamente questioni letterarie (e non) e di analizzare, in modo libero e non fazioso, il presente.
La gratuità dei contenuti non è più sinonimo di dilettantismo ma di professionalità, di interesse e di volontà a contribuire attivamente ad una meditata e sapiente crescita del dibattito italiano.
Altro discorso è, poi, se parte degli animatori del dibattito online, disancorato da logiche di profitto economico, accede all'establishment tradizionale, viziato da logiche di potere. Non un male, anzi. Significa, a mio avviso, che il dibattito virtuale, che non è per nulla virtuale, sta erodendo e modificando il dibattito reale, con conseguenze auspicabili per tutti. Ma è un processo ancora in fieri che richiede tempo e riflessione e che spero vada a compimento.
C'è un aspetto di questa vicenda, però, che mi spinge a porre alcune domande, il cui intento non è avanzare giudizi di valore. Ho l'impressione che, almeno nel mondo dei blog, ci sia la tendenza a creare piattaforme corporative di scrittori, giornalisti e pensatori che ripropongono quel sistema della carta stampata contro il quale inizialmente ci si poneva.
La formazione di oligopoli culturali online probabilmente non pone alcun impoverimento nel dibattito pubblico -tanto più se chi anima il dibattito è un consesso di personalità intelligenti-, ma noto che alcune di queste piattaforme aprono alla pubblicità e a finanziamenti esterni. Da qui la necessità di una diffusione capillare dei contenuti, una rincorsa alla visibilità, all'apparenza e dunque, all'accesso, per altre vie, ai canali tradizionali (tv, quotidiani nazionali, etc.).
La politica degli I like, le famigerate tecniche Seo, il sistema delle citazioni, l'adozione dell'inglese sono sintomi di un impoverimento o di un vizio della scrittura online (e quindi di quella offline)? Segnano il passaggio a una nuova forma di scrittura? Mutano, di fatto, la letteratura sia nei contenuti sia, appunto, nella forma e cambiano il modo di leggere e di pensare?
Io credo di sì come già è accaduto con l'introduzione dei link, i quali hanno permesso a una parola di avere due colori e due significati e due approfondimenti e due, e infiniti, percorsi semantici.
Dietro una parola si nasconde un video oppure un'immagine oppure altre parole: di fatto il significato etimologico delle stesse si è modificato e ha aperto a una realtà concettuale molto complessa. Il modo di condividere gli articoli (I like), di farli circolare (citazioni), etc. possono contribuire a modificare il significato dei testi e del dibattito pubblico?