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martedì 27 ottobre 2015

Viavai

«Le piazze di Milano non hanno nulla di apprestato: sono incontri casuali di vie nelle quali il vento della fantasia si raccoglie e gioca, perché in questa città tranquilla e felice altro vento non tira, se non quello di una fantasia sottile e pacata» - Alberto Savinio,“Ascolta il tuo cuore, città”, 1943. Fosse questo il sol vento di Milano, non ci saremmo intabarrati tanto da non lasciar fessura, per lungo tempo, neppure ai refoli più salubri. Ma la fantasia non se n'è andata. Si è nascosta nei sotterranei della città, prima che i tanti scavi e gli ultimi cantieri non la stanassero. Sentila. Che soffio, che giri, che altezze. Ora che quasi ogni cosa è costruita, evidente, aperta al pubblico sguardo, ora che la fantasia sibila e girovaga ancora, è l'immaginazione a spirare: qui cos'altro sarebbe potuto sorgere? Quali viavai, quali storie, quali professioni dovrebbero darsi all'incrocio di questi venti? Ad una città edificata ne corrispondono, nei medesimi spazi, infinite altre da costruire - architetture invisibili, strade trasparenti, piazze di luce - nel nome di una vitale e quanto mai ambrosiana cultura del progetto. Proprio ad essa è dedicata una recentissima mostra online - Milano città immaginata - imperniata su dieci progetti urbani mai realizzati, ma fortemente immaginati da architetti del secolo scorso e alternativi a quelli poi inverati. Progetti così solidi e leggeri da farsi davvero desiderabili, così possibili da insegnare a chi li osserva - carte colorate, videate pop, segni tecnici e illustrazioni - il piacere dell'invenzione, delle narrazioni percorribili, del sogno. Dovremmo re-imparare a difendere non solo il corpo degli uomini e delle donne ma anche l'anatomia delle città - oltre Palmira, oltre Pompei: l'archeologia nasce di continuo, qui e ora. Infondo è un gioco d'alchimia urbana quello che lega le passioni e il destino dei cittadini alla storia delle metropoli. C'è davvero qualcosa di magico che stringe la città all'uomo: come Dorian Gray cede la propria vecchiaia al suo ritratto, così la città ringiovanisce a scapito dei suoi abitanti - si guardino le foto scattate anni or sono e si confrontino i luoghi immortalati allora con la loro odierna immagine; e così faremo tra cinque, dieci, cinquant'anni. Sulla pelle della città scintillano la luce di chi ci ha preceduto e un piccolo riverbero della nostra esistenza. Sei mesi sono passati in quell'angolo di periferia milanese, che è già centro di altri mondi, e tutto ancora deve accadere. Che soffi il vento, che sia dolce e sottile.


L'immagine è una elaborazione grafica di Luca D'Urbino, tratta dal progetto “Piazza Del Duomo” per la mostra “Milano città immaginata”.

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giovedì 8 ottobre 2015

Cinema Milano

“Cattedrali della cultura” è un film ideato e prodotto da Wim Wenders e realizzato da sei registi - Michael Glawogger, Michael Madsen, Robert Redford, Margreth Olin, Karim Ainouz e poi Wim Wenders. Una pellicola potente, proiettata nelle sale italiane per un sol giorno, ad aprile. I cineasti hanno raccontato ciascuno un edificio: la Biblioteca Nazionale Russa, il Carcere di Halden in Norvegia, il Salk Institute in California, il Palazzo dell'Opera di Oslo, il Centre Pompidou di Parigi e la Filarmonica di Berlino. Sei intensi cortometraggi per definire una luminosa cartografia culturale contemporanea.
Trentadue anni fa un progetto cinematografico simile, “Capitali culturali dell'Europa”, fu affidato alle lucide visioni di altri affermati registi. Manoel de Oliveira per Lisbona, Theo Anghelopoulos per Atene, Kryzstof Zanussi per Varsavia ed Ermanno Olmi per Milano; il suo “Milano '83” è un documentario serrato - circa 23 inquadrature al minuto, ben 1.500 totali: film di folla e di volti, di professioni e di frenesia, di corse, di mezzi di trasporto, di luci: una Milano non più aderente alla sua odierna figura, seppur ancor impigliata al repertorio cittadino di immagini in/consce, ancor stretta a ricorrenti motivi urbani. 
Tre anni prima usciva “Panni Sporchi” di Giuseppe Bertolucci, splendido docufilm girato per intero alla Stazione Centrale; tre anni dopo, in una Milano piena di cinema - comprese 20 sale a luci rosse - Carlo Vanzina realizzava “Via Montenapoleone” e Tiziano Sclavi metteva al mondo Dylan Dog; al fumettista e alla “sua” inquieta città - balene che nuotano in cielo - Giancarlo Soldi ha dedicato “Nessuno siamo perfetti”, intenso documentario proposto a giugno, in anteprima, allo Spazio Oberdan.


Ermanno Olmi, inviso alla classe dirigente meneghina del PSI proprio per “Milano '83” - e ben accolto a Roma, con la prima al Colosseo -, è oggi celebrato con i lavori di restauro di un'altra pellicola, “Galleria, cuore e memoria di Milano”, girata nel 1967 in occasione del centenario della nascita del “Salotto di Milano”, con la sceneggiatura di Dino Buzzati e alcuni inserti animati di Bruno Bozzetto. 
Poco oltre la Galleria Vittorio Emanuele II Olmi immagina la prima sequenza di “Milano '83”: le luminarie de La Scala si accendono, il foyer si affolla, le corde di un'arpa vibrano, la stampa scatta foto e registra voci, gli spettatori siedono, l'orchestra suona Verdi, la musica avvolge la notte operaia della città. E giunge a noi, verrebbe da dire. Il Teatro, infatti, nell'anno dell'Esposizione Universale è omaggiato da due nuovi film: “Teatro alla Scala - Il Tempio delle Meraviglie” di Luca Lucini e Silvia Corbetta, proiettato per la prima volta proprio nella sala del Piermarini, e “Milano 2015”, presentato alla settantaduesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e in qualche modo riconoscente - già dal titolo - al lavoro di Olmi. Anche “Milano 2015” è un racconto collettivo, firmato e diretto da Elio, Walter Veltroni, Roberto Bolle - suo il bel corto su La Scala - Giorgio Diritti, Silvio Soldini e Cristiana Capotondi; il più emozionante è del romano Walter Veltroni, che disseppellisce la storia del velodromo Vigorelli, la pista “magica” del ciclismo mondiale; magica come la definizione, tecnica e sognante, di cinematografo, “una sorta di lanterna magica perfezionata, mediante la quale vengono sopra una tela riflesse figure in movimento” - dizionario etimologico di Pianigiani, Albrighi, Segati & C, 1907.
Ecco dunque la Milano che si specchia - un po' vanità, un po' necessità -, la Milano che proietta su grande schermo le proprie identità, la Milano che tra i poli delle sue eccellenze filmiche (archivi, restauri, sperimentazione: il Museo Interattivo del Cinema, lo spazio Oberdan, il Museo del Manifesto cinematografico in via Gluck, il palazzo Dugnani, il Milano film Festival - sua l'anteprima de “La ragazza Carla” di Alberto Saibene, tratto dall'omonimo poema meneghino di Elio Pagliarani), fa eco ai rinnovati dibattiti sulle trasformazioni metropolitane. 
Nel cuore del suo quartiere da ribalta, tra i grattacieli di Piazza Gae Aulenti, spunta così “Panorama”, un ottagono in legno firmato da Davide Rampello al cui interno, in una sala senza sedute, con 16 videoproiezioni sincronizzate e a 360°, scorre un filmato di 15 minuti sull'Italia: 200 luoghi della penisola per illuminare un'altra cartografia culturale; paesaggi, città, interni.

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venerdì 11 settembre 2015

Fermata Milano

Può capitare di perdersi nella propria città. Anzi, è un luogo comune, un motivo ricorrente del vivere urbano. Fa il paio con la condizione di chi pospone la visita di un posto - casa-museo o cappella o giardino... - perché, si crede, ci sarà sempre tempo per colmar la lacuna. “È dieci anni che vivo qui e non sono ancora andato al Cenacolo!”. “Ah che pecca, occorre porre rimedio! Pensi che io non sono mai salita in cima alla torre Branca. Ma ci andrò, ah se ci andrò”. Poi un trasloco, un cambio-lavoro, un nipote e nulla, perduta per sempre l'occasione. Disorientano alcuni negozi scovati per caso dopo un disinvolto zigzagare festivo - a Milano è facile che accada in quella porzione di città stretta tra via Meravigli e via Torino: sulla soglia della botteguccia, dopo l'acquisto di due inutili e deliziosi utensili da cucina, l'indice a grattar la nuca: “Venivamo da destra o da sinistra?”. “Sai che non ricordo più?! Boh”. E via a cercar indizi del cammino fatto: una panchina senza un asse dello schienale, una rastrelliera brandizzata, un cartello stradale con graffito... E dire che a Milano ci si orientava senza nomi delle vie e senza civici - poi un'unica numerazione per l'intera città, a spirale, a cominciar da palazzo Reale n° 1. Mutevole città, mutevoli noi. È tutto un già via così o già via colà e un ex albergo di qui o ex albergo di là. Attraversare anfratti, curve, spazi è un inganno della logica: i luoghi sono disseminati da indizi di una realtà sepolta - nel più evidente dei casi - o assente - buona “solo” ad essere fantasticata. La destinazione delle parti di cui la città si compone si scolla dall'evidenze fisiche, architettoniche, d'arredo: come quelle locandine pubblicitarie che resistono alla pubblica veduta tra gli strappi dei manifesti più recenti. È inevitabile confondere, sbagliare. Siamo intempestivi. Talvolta restano le insegne d'un tempo a indicar esercizi di tutt'altra natura - il vintage piace, l'anticaglia è di moda e, se non cara, di necessità. Oppure resta la natura - un arbusto secolare o un filare d'alberi a cui il quartiere è affezionato senz'appello - e attorno un panorama mai avvertito prima. Ci si perde nella propria città; perché poi, verrebbe da chiedersi, le città di chi sono? e cos'è l'appartenenza? e come muta la percezione dell'appartenere? Le metropoli sono caravanserragli; per chi le attraversa e per chi ci staziona. Sulle reti dei trasporti globali si innestano micro e macro migrazioni umane; con le genti circolano usi, costumi, idee; a dorso loro si muove il mondo - strazi e gioie. Stazioni di posta, le città. Con gli umori di chi è stanco del lungo peregrinare e di chi trasuda quella speciale euforia che accompagna le partenze. Quel che io vedo, il mio vicino vede al contrario o in negativo o non vede o chissà cos'altro e non c'è topografia che tenga. Chiedere a un passante è poca cosa, l'odonomastica è un vezzo in punta di lingua, la mappa della città stretta nel pugno è un ansiolitico per turisti - e dove l'ambiente è arzigogolato è facile farsi raggirare da chi, gira che ti rigira, tira linee dritte. Meglio sfumare all'incrocio dei tempi e delle superfici. Interludi esistenziali, queste città d'oggi. Qui fu edificato, qui fu abbattuto e qui visse, qui morì. Persino alla rosa dei venti dell'Esposizione, tra cardo e decumano - già croce latina, già campo romano -, i padiglioni del mondo sono e non sono più. Incomincio a guardarli nel segno della loro assenza: progettati a moduli, presto smontati per destinarsi ad altri luoghi, il loro ingombro grava altrove e qui s'attenua.

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martedì 4 agosto 2015

Milano è...

Google non si limita a proferir responsi ma orienta persino le richieste. Sono sufficienti poche lettere digitate perché le pizie di Mountain View evochino parole, frasi spuntate e mezze verità. Vaticini? No, completamento automatico. Ovvero risultati generati da un algoritmo che elabora previsioni di ricerca in base, ad esempio, alla frequenza con cui altri utenti hanno cercato una parola. Query di Popolo, Query di Dio.

Pietro Minto ha di recente dedicato un articolo - “Le discriminazioni degli algoritmi”, La Lettura #191 - alla mappa dei pregiudizi ideata da Randal Olson, ricercatore bio-informatico presso l'Università della Pennsylvania. La mappa - regni la disambiguazione, al bando le sibille! - indica i principali aggettivi che gli utenti Google associano a ciascun Stato europeo. In breve Olson ha digitato su Google “perché l'Italia è così...?” e ha atteso che il completamento automatico facesse il resto. L'oracolo digitale ha divinato che l'Italia è un paese “razzista”, la Francia è “gay”, la Grecia “importante”, la Spagna “vuota”, la Polonia “povera”...

Insomma il vate dei Big Data svela, a conti fatti e numeri alla mano, aggettivi per nulla innocui; e in verità, ora come allora, oh sacra Delfi, sta a chi cerca, a chi interroga, a chi digita interpretare le predizioni, svelare le ambivalenze, indagare le ermeticità delle sentenze. E se l'Italia è così definita, mi son chiesto, quale combinazione di termini spetta a Milano?


Ho digitato “Milano è...”, ho premuto la barra spaziatrice e il completamento automatico ha suggerito, in ordine di apparizione, “bella”, “bellissima”, “bellissima ma non diteglielo”, “Expo”. Non convinto ho diteggiato ancora - contravvenendo forse alle regole del tempio - “Milano non è”, “Milano ha”, “Milano non ha”. Milano non è “cara”, non è “l'America”, non è “Milano”, non è “Milano Aldo Nove” (così titola il libro del poeta scrittore); Milano ha “il mare”, ha “un cielo blu seta”, ha “il depuratore”, ha “solo due colori”; Milano non ha “memoria”, non ha “scelta”, non ha “scelta testo” (riferendosi all'omonima canzone de I Ministri).

La città piace, è un climax d'innamoramento: bella, bellissima, bellissima ma non diteglielo - come titola un recente e intenso articolo proprio di Aldo Nove. Poi l'assenza d'acqua - il mare non c'è, i depuratori sì, navigli e Darsena non pervenuti - e l'azzurro - in cielo, di seta, e il grigio non è più di moda. In trasformazione: Milano non è Milano - e forse, così avvezza a cambiare, non lo è mai stata -, non è certo l'America, ma è senz'altro Esposizione Universale: centro del mondo, per una volta. Ma senza scelta né memoria. Chissà.

***

E Roma, termine urbano a cui, nonostante tutto, ogni città tende a confrontarsi? Roma è “tutta Roma” (come titola l'attuale piano per le periferie del Campidoglio), è “servita”, è “una bugia”, è “sporca”; Roma non è “una città come le altre. È un grande museo, un salotto da attraversare in punta di piedi” (parole di Alberto Sordi), non è “stata fatta in un un giorno” (saggezza popolare), non è “la mia capitale”, non è “soltanto un'entità geografica”; Roma ha “vinto”, ha “noi”, ha “il mare”, ha “vinto gladiatore” (grido esultante del generale Massimo, interpretato da Russell Crowe); Roma non ha “prezzo”, non ha “mai pianto”, non ha “mai pianto canzone” (come disse Dino Viola riferendosi alla Roma), non ha “sponsor”. Basta chiedere.

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lunedì 13 luglio 2015

Il paese della Cuccagna


Milano è una città a cui non manca niente, «c'è la donna nella Madonna e l'uomo nel Duomo» - persino la parola, Mediolanum, contiene l'universo: «tutte e cinque le vocali, che occupano ciascuna un posto in ogni sillaba». Sembra quasi che la sacra architettura ambrosiana cinga e contenga il mito laico di un'operosa discendenza meneghina; come se, spezzato il pane e versato il vino, dall'unione del D-uomo e della Ma-donna di Milano possa scaturire l'origine, a ufo - ad usum fabricae, o meglio a sbafo -, d'ogni ben di dio: fiumi di latte, fontane di Malvasia, ponti di fette di melone, “capponi arrosto che piovono dal cielo”, montagne di formaggio. «Che sia questo il paese della cuccagna?». Può darsi, tanto che a Milano, a legger tra le righe e a rievocar la fantasia di altri paesi di Bengodi ove “si legan le vigne con le salsicce”, «meglio che di gastronomia milanese si deve parlare di “civiltà alimentare”». Qui, all'ombra di quel marmo di Candoglia rassomigliante a zuccheri in pani, si è sempre mangiato e sempre si è bevuto. Nella seconda metà dell'Ottocento la città era tutta marmitte, casseruole, tegami: 261 osterie, 570 bettole, 475 negozi di liquori; due secoli prima le osterie rinomate erano già un’ottantina, dislocate attorno alle porte di Milano; appena poco fa, vuoi per gli Alemagna, vuoi per i Campari, vuoi per i Motta, era tripudio, era festa, era anche troppo; ed oggi che la città si erge a capitale di convivialità - le cene in bianco, i quadri di leccornie esposti in metrò, il mercato metropolitano, i campi, i cibi, le carte dell'Expò - se ciascuno dei diciassettemila esercizi di ristorazione ambrosiani apparecchiasse una settantina di coperti, l'intera città potrebbe uscire fuori a cena, tutti assieme. Primo, secondo, dolce e caffè.

In questo breve testo cito, perlopiù in modo esplicito, in ordine di apparizione: Stefano Bartezzaghi in “M. Una Metronovela”, Bonvesin de la Riva in “De Magnalibus”, Il mito del paese della Cuccagna” - immagini a stampa dalla raccolta Bertarelli, mostra in corso al Castello Sforzesco -, Alessandro Manzoni in “I promessi sposi”, Giovanni Boccaccio in “Decameron”, Alberto Savinio in “Ascolto il tuo cuore, città”, Lucia Bisi in “Nutrire Milano”, Paolo Mezzanotte in “Milano nel tempo e nella storia”, Emilio Giannelli in “L'album di Milano” illustrato.

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giovedì 2 luglio 2015

Riflessi

Non c'è passante che sappia resistere alla propria immagine riflessa. A Milano - si nota bene in corso Buenos Aires o in corso Vercelli - i viandanti fiancheggiano edifici, bar e negozi torcendo il collo verso le vetrine: per ravvivare il ciuffo, sistemare la camicetta o la postura, sbirciare alle proprie spalle - il rumore dei tacchi, il vociare di un gruppo, lo sputo di un uomo. 

L'effetto visivo è simile al rapido passaggio di un treno: fermo alla banchina della stazione, contemplo la mia silhouette vibrare a pinnacoli sui finestrini dei vagoni, di tanto in tanto risucchiata dalla luce che filtra dove i ganci di trazione si incontrano. Baluginii, riverberi oppure paccottiglie, ninnoli, leccornie.

Ci si specchia, vanità delle vanità, e ci si addentra nelle cose: gli occhi predano le porcellane, gli oggetti hi-tech, i tessuti, l'antiquariato: si penetra lo spazio, la profondità delle stanze a vista. Una commessa - lei dentro, noi fuori - ci osserva, indugia con lo sguardo sul prospetto che vetrina e vetrofanie concedono alla città. Basta un attimo e la merce esposta sei tu, viandante.

L'Esposizione Universale espone alla vista per definizione, mette in mostra, è una vetrina internazionale. Sul decumano, l'asse portante del sito, si svoltola in linea retta il mondo intero; i paesi partecipanti - padiglioni e delegazioni - si lasciano ammirare e a loro volta ammirano, riflettono gerarchie di potere, di conoscenza, di estetica, misurano la propria forza attrattiva. È un esercizio di osservazione, di vedo-non-vedo, di voyeurismo sì alimentare, ma anche sociale e politico. 

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martedì 23 giugno 2015

Lo spettro visibile

Lungo il perimetro dei chiusini, sul ciglio dei marciapiedi, negli interstizi edili, persino abbarbicati alle inferriate dei balconi germogliano, di tanto in tanto, sparuti ciuffi d’erba, esili ma tenaci steli di piante – centinodia, malva, mercorella. Si usa definirle erbacce ma è flora urbica varia, vivace e resistente biodiversità metropolitana. 

Quando adocchio un cespo di questi, immagino di sfilarlo come fosse il filo di un abito: giro dopo giro scucirei le strade, i sottopassi, i ponticelli, le gradinate, le chiese, i palazzi; l’intero ordito della città si sfilaccerebbe in un peloso cumulo d’erba cementizio e attorno a me si aprirebbe un’immensa distesa di terra. 

Si fa presto a notare il verde in città, fosse anche sterpaglia: è un limite cromatico che determina gli spazi, che riposa gli occhi, che illumina le architetture e le materie, le figure adiacenti e le sovrapposte. Milano è perlopiù raffigurata in tinta grigia - la nebbia, le industrie, le polveri sottili, gli uomini d’affari - ma il colore che riflette è più brillante, più vivace. 

A mia memoria, nel recente passato, la percezione della scala colori meneghina si è alterata quando il maestro Claudio Abbado, intervistato da Giuseppina Manin del Corriere della Sera (30 dicembre 2008), disse che sarebbe tornato a dirigere l’orchestra del Teatro alla Scala solo con «un cachet fuori dall’ordinario. Novantamila alberi piantati a Milano. Un pagamento in natura». Parole d’amore, e l’amor che move il sole e l’altre stelle, muove anche i milanesi. 

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martedì 9 giugno 2015

Mobilia

Da qui è come se guardassimo da una feritoia. Si scorgono un piccolo trapezio del Tribunale di Milano, un'ampia curvatura della Cà Granda, l'ospedale Maggiore, le nervature gotiche della Torre Velasca, il retro dell'Università degli Studi di Milano. Siamo alla Guastalla, giardino all'italiana appena fuori la cerchia dei Navigli, tra via Francesco Sforza e via san Barnaba. 

All'ombra dei suoi faggi - c'è persino una secolare catalpa, l'albero dei sigari - si ha l'impressione ci si possa appartare e al contempo misurare con la città; come se guardassimo fuori dalla finestra, con le dita tese a divaricare le listerelle sottili della veneziana. «La casa è una città in piccolo, e la città è una casa in grande» (Leon Battista Alberti) e qui, lungo la circonvallazione interna, casa e città in qualche modo coincidono.

C'è un'espressione che mi piace molto e che appartiene a Milano in modo stretto: arredo urbano; sottende quell'idea della fatica e degli sforzi che le famiglie compiono per completare l'addobbo di una stanza - un oggetto alla volta, per fare di casa uno spazio in cui è bello vivere, invitare amici, crescere i figli - e suggerisce senso di appartenenza a una comunità di strada, di palazzi, di facciate e cortili.

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Inventario spaziotempo

Il primo orologio pubblico d'Italia, uno dei primi d'Europa, fu installato nel 1309 sul campanile della basilica di Sant'Eustorgio, nei pressi dell'attuale Porta Ticinese di Milano. Un quarto di secolo dopo, il congegno di un secondo orologio a vista fu azionato sulla torre della chiesa di San Gottardo in Corte. Un rintocco di campana per ogni ora trascorsa, a partire dall'una di notte. Il quartiere fu presto rinominato “Contrada delle Ore” e i suoi abitanti - così da ravvisare nel passato l'origine di una moderna attitudine urbana - si abituarono, nasi all'insù e tempo permettendo, ad andare di fretta, di corsa e a perdifiato. 

Il tempo, il modo in cui è vissuto, percepito, scambiato, in qualche modo a Milano più che altrove, segna l'immaginario urbano, si fonde ai miti e ai simboli della città. Un parziale e sgangherato inventario di quel che avvicina Milano alla dimensione del tempo meriterebbe di menzionare, ad esempio, il Giro d'Italia - in città si arriva di volata, lanciati in corso Sempione su basculanti telai di biciclette, bolidi in carbonio sul pavé dell'ultima tappa -, il primo semaforo del Paese - le oscillazioni, i flussi, le accelerate si allineano, nel 1925, ai colori di un luminoso cilindro stradale installato all'incrocio di via Torino con via Carlo Alberto, l’attuale via Mazzini -, il futurismo - movimento e dinamismo sono muse di caotici artisti riunitisi in città a dorso di ruggenti centocavalli -, l'invenzione della schiscetta - altrimenti detta la nutrizione mobile (cit. Stefano Rolando) -, i claim degli aperitivi - su tutti, contro il logorio della vita moderna, indimenticato adagio che sottende una serie di situazioni, espressioni e condizioni del tempo meneghino: frenesia, traffico, c'è-coda, straordinari, produzione, orari-di-lavoro, turni, attàccati-al-tram, rapidità, attese, coincidenze, agende-fitte, calendari, deadline, dopo e apericena, pausa caffè, e così via -, la fondazione del Touring Club - ad opera di un gruppo di 57 velocipedisti -, il primo orologio elettrico e il primo impianto di orologi stradali - una sorta di rifondazione del mito -, il Duomo - di cui tutti ricordano, più d'altro, i 500 anni, ah il tempo!, che la Veneranda Fabbrica ha impiegato per costruirlo -, Düra minga - espressione dialettale nota ai più, e resa celebre da storici spot pubblicitari, la cui durata canonica (30 secondi) non mi stupirei se fosse invenzione di un milanese -, le Esposizioni Universali - la prima, del 1906, dedicata ai trasporti, alle vertiginose distanze abbattute dal progresso scientifico, e l'odierna, Expo Milano 2015, il cui sito espositivo si è concluso di corsa, contro il tempo, secondo precise scadenze indicate nel crono-programma, che tante attenzioni ha calamitato nel corso di un ostentato ed estenuante countdown.

Il tempo, però, non può che allungarsi o diluirsi nello spazio; e Milano, restia a mostrare la propria intimità - giardini segreti, porticati taciuti, cortili occulti, anfratti discreti, corti protette, androni sinistri -, ho come l'impressione che stia orientandosi, in questo immaginario piano cartesiano spaziotempo - oltre l'annoso e pur sempre vitale dibattito scientifico-letterario su centro e periferia, inclusione ed esclusione - verso la ri/scoperta dei luoghi in città, il ri/pensamento dello spazio pubblico, la ri/costruzione del tessuto urbano. 

Se lo spazio è «ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista: l'ostacolo: dei mattoni, un angolo, un punto di fuga» (Georges Perec, Specie di spazi), allora è necessario far correre gli occhi, osservare, annotare, registrare. Il ciclico rigenerarsi delle energie urbane, la congiuntura storico-sociale, l'Esposizione Universale hanno sensibilmente modificato le forme, i bordi, i rilievi, le dimensioni di una città (o almeno di alcune parti parte di essa) che già nella sua denominazione, Mediolanum - oh nomen omen! -, custodisce il concetto di spazio, l'idea di terra.

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Il racconto della città

Non esiste Esposizione Universale senza città che la ospiti. Da Londra 1851 - l'Italia non era ancora unita - a Shanghai 2010, le sorti dei grandi eventi a scala globale hanno incontrato i destini delle metropoli designate. Expo Milano 2015 - la locuzione adottata dal Bureau International des Expositions (BIE) è eloquente di per sé: il nome della città è la parola di mezzo, il perno lessicale - non fa eccezione, tanto più se, oggi più che allora, gli agglomerati urbani costituiscono le chiavi di volta delle nostre complesse architetture sociali.

I campanili, di pietra e di pensiero, che svettano alti, dentro e fuori le mura delle città, orientano ancora, e con rinnovata forza attrattiva, gli sguardi di chi attraversa gli spazi, reali e simbolici, delle metropoli: identità, usi, tradizioni, appartenenze vanno ridefinendosi lungo le strade di popolosi quartieri cittadini. Non è un caso, io credo, se in rete, sulle timeline dei social network - da Twitter a Instagram -, la possibilità di geolocalizzarsi, di segnalare la propria presenza, di raccontare e raccontarsi attraverso i luoghi in cui ci si trova, abbia assunto un valore pari, se non maggiore in taluni casi, alle parole che immettiamo nei circuiti digitali.

La città - nel 2030 quasi due terzi dell'umanità vivrà in sistemi urbani - è il tessuto narrativo dei nostri tempi. Non solo per flâneur 2.0, novelli Marco Polo e Kublai Khan, pionieri antropologi e romanzieri d'antan, ma anche per imprese e giunte, city users e imprenditori, cittadini e turisti. In questo contesto, e con alle spalle esempi di rilievo - si pensi alla Torino delle Olimpiadi invernali del 2006 -, la prossima Esposizione Universale, il cui sito è sorto ai confini della città, quasi a significare un'estensione fisica e geografica delle mire urbane, assume una posizione di rilievo, costituisce un tassello importante del racconto urbano.

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