martedì 9 giugno 2015

Inventario spaziotempo

Il primo orologio pubblico d'Italia, uno dei primi d'Europa, fu installato nel 1309 sul campanile della basilica di Sant'Eustorgio, nei pressi dell'attuale Porta Ticinese di Milano. Un quarto di secolo dopo, il congegno di un secondo orologio a vista fu azionato sulla torre della chiesa di San Gottardo in Corte. Un rintocco di campana per ogni ora trascorsa, a partire dall'una di notte. Il quartiere fu presto rinominato “Contrada delle Ore” e i suoi abitanti - così da ravvisare nel passato l'origine di una moderna attitudine urbana - si abituarono, nasi all'insù e tempo permettendo, ad andare di fretta, di corsa e a perdifiato. 

Il tempo, il modo in cui è vissuto, percepito, scambiato, in qualche modo a Milano più che altrove, segna l'immaginario urbano, si fonde ai miti e ai simboli della città. Un parziale e sgangherato inventario di quel che avvicina Milano alla dimensione del tempo meriterebbe di menzionare, ad esempio, il Giro d'Italia - in città si arriva di volata, lanciati in corso Sempione su basculanti telai di biciclette, bolidi in carbonio sul pavé dell'ultima tappa -, il primo semaforo del Paese - le oscillazioni, i flussi, le accelerate si allineano, nel 1925, ai colori di un luminoso cilindro stradale installato all'incrocio di via Torino con via Carlo Alberto, l’attuale via Mazzini -, il futurismo - movimento e dinamismo sono muse di caotici artisti riunitisi in città a dorso di ruggenti centocavalli -, l'invenzione della schiscetta - altrimenti detta la nutrizione mobile (cit. Stefano Rolando) -, i claim degli aperitivi - su tutti, contro il logorio della vita moderna, indimenticato adagio che sottende una serie di situazioni, espressioni e condizioni del tempo meneghino: frenesia, traffico, c'è-coda, straordinari, produzione, orari-di-lavoro, turni, attàccati-al-tram, rapidità, attese, coincidenze, agende-fitte, calendari, deadline, dopo e apericena, pausa caffè, e così via -, la fondazione del Touring Club - ad opera di un gruppo di 57 velocipedisti -, il primo orologio elettrico e il primo impianto di orologi stradali - una sorta di rifondazione del mito -, il Duomo - di cui tutti ricordano, più d'altro, i 500 anni, ah il tempo!, che la Veneranda Fabbrica ha impiegato per costruirlo -, Düra minga - espressione dialettale nota ai più, e resa celebre da storici spot pubblicitari, la cui durata canonica (30 secondi) non mi stupirei se fosse invenzione di un milanese -, le Esposizioni Universali - la prima, del 1906, dedicata ai trasporti, alle vertiginose distanze abbattute dal progresso scientifico, e l'odierna, Expo Milano 2015, il cui sito espositivo si è concluso di corsa, contro il tempo, secondo precise scadenze indicate nel crono-programma, che tante attenzioni ha calamitato nel corso di un ostentato ed estenuante countdown.

Il tempo, però, non può che allungarsi o diluirsi nello spazio; e Milano, restia a mostrare la propria intimità - giardini segreti, porticati taciuti, cortili occulti, anfratti discreti, corti protette, androni sinistri -, ho come l'impressione che stia orientandosi, in questo immaginario piano cartesiano spaziotempo - oltre l'annoso e pur sempre vitale dibattito scientifico-letterario su centro e periferia, inclusione ed esclusione - verso la ri/scoperta dei luoghi in città, il ri/pensamento dello spazio pubblico, la ri/costruzione del tessuto urbano. 

Se lo spazio è «ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista: l'ostacolo: dei mattoni, un angolo, un punto di fuga» (Georges Perec, Specie di spazi), allora è necessario far correre gli occhi, osservare, annotare, registrare. Il ciclico rigenerarsi delle energie urbane, la congiuntura storico-sociale, l'Esposizione Universale hanno sensibilmente modificato le forme, i bordi, i rilievi, le dimensioni di una città (o almeno di alcune parti parte di essa) che già nella sua denominazione, Mediolanum - oh nomen omen! -, custodisce il concetto di spazio, l'idea di terra.

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