martedì 9 giugno 2015

Il racconto della città

Non esiste Esposizione Universale senza città che la ospiti. Da Londra 1851 - l'Italia non era ancora unita - a Shanghai 2010, le sorti dei grandi eventi a scala globale hanno incontrato i destini delle metropoli designate. Expo Milano 2015 - la locuzione adottata dal Bureau International des Expositions (BIE) è eloquente di per sé: il nome della città è la parola di mezzo, il perno lessicale - non fa eccezione, tanto più se, oggi più che allora, gli agglomerati urbani costituiscono le chiavi di volta delle nostre complesse architetture sociali.

I campanili, di pietra e di pensiero, che svettano alti, dentro e fuori le mura delle città, orientano ancora, e con rinnovata forza attrattiva, gli sguardi di chi attraversa gli spazi, reali e simbolici, delle metropoli: identità, usi, tradizioni, appartenenze vanno ridefinendosi lungo le strade di popolosi quartieri cittadini. Non è un caso, io credo, se in rete, sulle timeline dei social network - da Twitter a Instagram -, la possibilità di geolocalizzarsi, di segnalare la propria presenza, di raccontare e raccontarsi attraverso i luoghi in cui ci si trova, abbia assunto un valore pari, se non maggiore in taluni casi, alle parole che immettiamo nei circuiti digitali.

La città - nel 2030 quasi due terzi dell'umanità vivrà in sistemi urbani - è il tessuto narrativo dei nostri tempi. Non solo per flâneur 2.0, novelli Marco Polo e Kublai Khan, pionieri antropologi e romanzieri d'antan, ma anche per imprese e giunte, city users e imprenditori, cittadini e turisti. In questo contesto, e con alle spalle esempi di rilievo - si pensi alla Torino delle Olimpiadi invernali del 2006 -, la prossima Esposizione Universale, il cui sito è sorto ai confini della città, quasi a significare un'estensione fisica e geografica delle mire urbane, assume una posizione di rilievo, costituisce un tassello importante del racconto urbano.

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