mercoledì 30 novembre 2011

Sentire, ascoltare /17

Milano è una città particolare, di fascino. Esercita un'influenza ammaliatrice che può far perdere il giudizio e far schiavo l'uomo. È come le donne nei film in bianco e nero, di sigarette ed ombre. Perché la sua bellezza non è ovunque, è in qualche luogo che ti si mostra dietro un angolo, dal parapetto di una casa di ringhiera, da un cavalcavia, nel giardino di un palazzo che intravedi di sfuggita da un portone appena socchiuso. Si apre, il fascino, da uno sguardo che si alza dal basolato verso una piazza con fontana, da un fioraio appoggiato -così pare- sul sagrato di una chiesa, che se non fosse per i fiori non si noterebbe nemmeno, dalle cariatidi che sostengono palazzi immensi, dal riflesso di un terrazzo con giardino pensile nell'acqua di un canale. 
La nebbia, questo volevo dire, avvolge tutto come in Ombre e nebbia di Woody Allen, un film che nasconde storie di altri film e libri e musiche. Un film di nebbia che è la resa artistica della nebbia stessa. 
Le forme, le geometrie e le prospettive di Milano esistono ma non le vedi e le puoi immaginare così come sono o così come potrebbero essere. Ecco, la nebbia di questi giorni è un sogno che testimonia quanto la bellezza stia negli occhi di chi guarda e Milano è un incubo che ti sveglia, e così ti salva, quando credi che tutto sia perduto.


lunedì 28 novembre 2011

Sentire, ascoltare /16

L'atto di copiare e di replicare quanto di vitale esiste nei libri è cosa antica. Credo sia un'esigenza nata assieme alla scrittura. Partecipare alla bellezza delle parole e al fascino della rivelazione è una primordiale necessità. 
Ci sono pagine di romanzi che trascrivo fedelmente. 
La copiatura è un momento di riflessione, di comprensione, di simbiosi con l'autore e con il suo pensiero. Un'unione non solo di idee ma anche di gesti e di fatica. 
Scrivo con la mano, seduto alla scrivania, le parole che quell'autore ha scritto con la mano, seduto alla scrivania. La stessa posa, le stesse lettere, lo stesso significato, lo stesso sforzo. Mi pare, nell'istante della trascrizione, di partecipare alla storia e di attribuirle il giusto posto nella mia personale vita. 


L'editore è il primo degli amanuensi. Vive quotidianamente la storia e ne sopporta il peso. Ha il privilegio e la responsabilità di condividere i gesti degli autori. 
Tuttavia sono pochi gli editori consapevoli. Ecco, li inviterei a trascrivere ogni libro che intendono pubblicare, perché nel corso della copiatura possano riflettere, capire e fare fatica. 
All'ultimo segno d'interpunzione, all'ultimo punto si renderanno conto se ne è valsa la pena o meno. Risparmieremmo tomi di carta straccia.

martedì 22 novembre 2011

Sentire, ascoltare /15

Nei post precedenti la sinestesia Orecchio muto è stata declinata in più contesti. Alcuni simbolici, altri letterari, altri ancora di fantasia. Mio intento è mantenere una coerenza interpretativa anche in seguito. In questo post, però, vorrei recuperare il riferimento dell'espressione Orecchio muto più forte e incisivo: la mia parziale sordità. Dicevo, all'esordio del blog, che non sento da un orecchio. Sordo per metà. Mono auricolare
Il fatto è curioso e crea scocciature di poco conto. Ad esempio a tavola mi conviene prender posto in fondo al lato destro, così da sentire tutti i commensali. 
Questo espediente mi ha fatto pensare, solo ora -non so perché-, all'Ultima cena di Leonardo da Vinci. 


Alla tavola di Gesù avrei occupato il posto più a destra, per intenderci quello di Bartolomeo, sant'uomo che morì scorticato vivo e che portò il verbo di Cristo -l'ho scoperto di recente, capitandoci per caso- nell'attuale Caucaso. 
Fatto questo pensiero, ne ho fatto subito un altro ovvero che l'iconografia della storia umana attribuisce alla figura centrale il ruolo di leader mentre ai corpi laterali relega funzioni di secondo piano. Da Cristo in poi (ma credo anche prima) il capo sta al centro. 
Io, fossi il leader, starei comunque a lato e i volti di tutti sarebbero orientati verso destra (sinistra per l'osservatore del quadro). 
L'iconografia del potere dovrebbe tener conto di quanto una tela non può mostrare. E in un paese come il nostro, che ha perso la testa e quindi il suo centro sinottico e panottico, una riflessione di questo tipo potrebbe essere utile.

lunedì 21 novembre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /8

Pesteggio. 

Neologismo composto dalle parole Parcheggio e Pestaggio. 

Pesteggio: violenta serie di improperi, percosse e colpi a seguito di una lite tra conducenti di auto per ottenere un parcheggio. La parola può anche essere utilizzata per indicare una rissa, di qualsiasi natura, in un parcheggio. 





Piazzale antistante il Cimitero Monumentale di Milano. Notte. 
Fifì, Saro e Luchino detto Orecchio Muto passeggiano. 

“Guarda quella”. Dice Fifì. 
“È un bel macchinone. Sicuro nel cruscotto c'è un navigatore ultima generazione”. Ammicca Saro. 
“Sì ma l'antifurto satellitare ci frega”. 
“Allora quella. Utilitaria, appena uscita dalla concessionaria, linea femminile...”. 
“E vuoi che una ragazza non si porti dietro tutta la tecnologia del mondo?”. 
“Braaavo, e stai certo che la tipa ha lasciato nel baule un giubbottino da trecento euro per andare in discoteca senza il pensiero di perderlo in pista. Che poi, dico io, c'hai tutto e non vuoi spendere due euro per il guardaroba?”. 
“Sapete che penso?” prende parola Luchino. “Non mi va di scassinare davanti ai morti”. 
“Ma ti sei ammattito?!” Risponde Saro. “Quelli sono morti, non parlano e non sentono, sono meglio di te”. Ride assieme a Fifì. 
“Sì ma....sono morti illustri”. 
“Illustri? E noi non siamo illustri? Solo perché non abbiamo fatto le scuole vai a pensare certe cose”. 
“Ma che c'azzecca!”. 
“Noi siamo autodidatti e siamo i migliori nell'arte dello scasso, tienilo bene a mente. Che ridi Fifì?”. 
“Rido perché hai ragione. Illustri ladri di città”. 
“Forse mi sbaglio -riprende Luchino detto Orecchio Muto-, ma rimaniamo sempre l'ultimo anello della catena sociale, comincia a pesarmi la cosa, abbiamo una certa età”. 
“Ma vaa! A parte che dopo di noi ci sono i barboni, i tossici e...”. 
“I politici!”. Dice Fifì. 
“Sì, sì pure i politici e poi dico, ve lo ricordate quel film con il comico della tv, come si chiama, Gigi...”. 
“Proietti!”. 
“Ecco lui, il film era la proprietà non è più un furto”. 
“Sì, sì l'ho visto, gran bel film ma vecchio, no?”. 
“Almeno quanto noi, comunque, senti a me Luchì”. 
“Dimmi”. 
“Gigi diceva che senza i ladri il mondo non va avanti. Diceva, i fabbri, i banchieri, i guardiani notturni, i carabinieri, i portieri e tutti quanti cosa farebbero senza ladri?”. 
“C'hai ragione Saro, sai che sei intelligente, non lavorerebbe più nessuno e l'economia se ne andrebbe a rotoli”. Continua Fifì. 
“Va bene, va bene, non c'è bisogno che continuiate, mi avete convinto”. 
“Ogni tanto ti vengono certe idee..senti, allora stai qui e fai un fischio se vedi qualcosa”. 

Fifì e Saro si avvicinano all'utilitaria, chi da un lato chi dall'altro. Saro prende dalla tasca dei jeans i ferri e scardina la serratura della portiera. Entra e apre tutti i cassetti. Luchino fischia e Fifì scatta dentro, al posto del passeggero. “La pula Saro!”. 
Saro smanetta coi fili dell'accensione. 
“Dai, dai, dai!”. 
Luchino se la batte a gambe levate, senza che nessuno lo segua. 
La volante si arresta a qualche metro dal posteriore dell'utilitaria con le sirene accese. Scende un poliziotto e si avvicina al conducente, a Saro. 
“Buonasera, è sua la macchina?”. 
“Certo che è mia”. 
“Favorisca patente e libretto”. 
Saro cerca i documenti nel cruscotto. Fifì tira fuori la pistola e spara allo sbirro. Fuori uso. 
I due impennano sul marciapiede e imboccano via Luigi Nono in direzione viale Certosa. 
Il conducente della volante, ventidue anni appena compiuti, preferisce soccorrere il collega piuttosto che darsi a un inseguimento in centro città. Chissà come sarebbe andata.

giovedì 17 novembre 2011

Sentire, ascoltare /14

Metropolitana. Geometrie.

Sulla battigia dei ricordi, 
io ti penso e tu mi scordi. 
Le mie impronte cancellate 
da un colpo di spuma; 
le tue, appena impresse, 
fresche, sul bagnasciuga. 

La battigia oppure la banchina metropolitana. Luoghi indefiniti o ambigui o labili. Terra e mare, movimento e fissità. Geometrie, dello spazio e della mente, che invitano all'esercizio dell'astrazione. 
Le porte del metrò si aprono, o l'onda si ritira, e ci si trova faccia a faccia con un viandante o con un bagnante. 
Per un attimo si abita lo stesso spazio. Per l'attimo dopo si è già in due mondi diversi. Chi la terra, chi il mare, chi il movimento, chi l'immobilità. 
Resta, di quella geometria, un senso di indefinito, di opaco, di confuso. 

A far questi pensieri mi è tornato in mente un poeta italiano, a mio avviso tra i più raffinati del nostro panorama letterario. Valerio Magrelli. 
Qui una sua poesia. 

Sto rifacendo la punta al pensiero, 
come se il filo fosse logoro 
e il segno divenuto opaco. 
Gli occhi si consumano come matite 
e la sera disegnano sul cervello 
figure appena sgrossate e confuse. 
Le immagini oscillano e il tratto si fa incerto. 
Gli oggetti si nascondono: 
è come se parlassero per enigmi continui 
ed ogni sguardo obbligasse 
la mente a tradurre. 
La miopia si fa quindi poesia, 
dovendosi avvicinare al mondo 
per separarlo dalla luce. 
Anche il tempo subisce questo rallentamento: 
i gesti si perdono, i saluti non vengono colti. 
L'unica cosa che si profila nitida 
è la prodigiosa difficoltà della visione. 


Valerio Magrelli
Per chi non lo conoscesse consiglio la lettura di “Esercizi di tiptologia” e “Disturbi del sistema binario”. 

martedì 15 novembre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /7

La mia generazione vive in un mausoleo. Per entrarci, ogni giorno, deve chinare la testa e leggere l'epitaffio, che non ricorda la propria vita ma quella della generazione precedente.

lunedì 14 novembre 2011

Sentire, ascoltare /non c'è 12 senza 12


Il modo di fare letteratura e di fare critica letteraria sono cambiati. E non da ora. L'online ha permesso il circolare di idee e di opinioni inedite e ha contribuito alla nascita di una nuova sfera pubblica letteraria.
Le élite tradizionali sono state messe in dubbio e nuove, più vivaci e più autorevoli, voci hanno portato linfa fresca al dibattito pubblico letterario. Alle corporazioni tradizionali di scrittori e di critici, accreditati dal prezzo e dal nome della rivista che li ospitano piuttosto che dalle parole e dalle idee che avanzano, si sono sostituite o sovrapposte comunità online, il cui alto valore è testimoniato dalla capacità dei suoi membri di sollevare criticamente questioni letterarie (e non) e di analizzare, in modo libero e non fazioso, il presente.
La gratuità dei contenuti non è più sinonimo di dilettantismo ma di professionalità, di interesse e di volontà a contribuire attivamente ad una meditata e sapiente crescita del dibattito italiano.
Altro discorso è, poi, se parte degli animatori del dibattito online, disancorato da logiche di profitto economico, accede all'establishment tradizionale, viziato da logiche di potere. Non un male, anzi. Significa, a mio avviso, che il dibattito virtuale, che non è per nulla virtuale, sta erodendo e modificando il dibattito reale, con conseguenze auspicabili per tutti. Ma è un processo ancora in fieri che richiede tempo e riflessione e che spero vada a compimento.
C'è un aspetto di questa vicenda, però, che mi spinge a porre alcune domande, il cui intento non è avanzare giudizi di valore. Ho l'impressione che, almeno nel mondo dei blog, ci sia la tendenza a creare piattaforme corporative di scrittori, giornalisti e pensatori che ripropongono quel sistema della carta stampata contro il quale inizialmente ci si poneva.
La formazione di oligopoli culturali online probabilmente non pone alcun impoverimento nel dibattito pubblico -tanto più se chi anima il dibattito è un consesso di personalità intelligenti-, ma noto che alcune di queste piattaforme aprono alla pubblicità e a finanziamenti esterni. Da qui la necessità di una diffusione capillare dei contenuti, una rincorsa alla visibilità, all'apparenza e dunque, all'accesso, per altre vie, ai canali tradizionali (tv, quotidiani nazionali, etc.).
La politica degli I like, le famigerate tecniche Seo, il sistema delle citazioni, l'adozione dell'inglese sono sintomi di un impoverimento o di un vizio della scrittura online (e quindi di quella offline)? Segnano il passaggio a una nuova forma di scrittura? Mutano, di fatto, la letteratura sia nei contenuti sia, appunto, nella forma e cambiano il modo di leggere e di pensare?
Io credo di sì come già è accaduto con l'introduzione dei link, i quali hanno permesso a una parola di avere due colori e due significati e due approfondimenti e due, e infiniti, percorsi semantici.
Dietro una parola si nasconde un video oppure un'immagine oppure altre parole: di fatto il significato etimologico delle stesse si è modificato e ha aperto a una realtà concettuale molto complessa. Il modo di condividere gli articoli (I like), di farli circolare (citazioni), etc. possono contribuire a modificare il significato dei testi e del dibattito pubblico?

Sentire, ascoltare /12

La critica letteraria (e non) è cambiata.

giovedì 10 novembre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /6


L'Italia non fa più ridere nessuno, né qui né altrove. Anche i giullari più seri sembrano ormai lasciar la scena. Ma il circo di clown, donne cannone, uomini proiettile, nani maligni e freak da baraccone rimarrà in cartello per parecchio tempo. È evidente che qualcuno vuole che si rida ancora. 
A questo punto almeno si trovi un'ironia sottile, intelligente, arguta e utile. 
Chi andrà alla guida del paese, e se tanto mi dà tanto ci andrà (almeno per un po') una persona credibile ai più, riuscirà a fare botteghino con i circensi che abbiamo in giro? 

Dunque, la bestialità di oggi. 

Monti python's flying circus



mercoledì 9 novembre 2011

Sentire, ascoltare /11

Metropolitana. Nevrosi.
 
Non passa giorno senza che qualcuno litighi con uno sconosciuto in metropolitana. Sono litigi al limite del civile. Mi pesti un piede ti guardo male. Mi urti, ti urto. Non mi fai passare, ti spingo. 
La sensazione è che non si abbia nulla da spartire con nessuno; se non la condizione di disagio e di fastidio. Esiste, però, una comunanza, schiava di nevrosi tutte meneghine, che potrebbe avere conseguenze sociali utili.
I pendolari, quantomeno i nevrotici, infatti, si distribuiscono lungo la banchina secondo la logica di vicinanza all'uscita della stazione di arrivo. Il motivo è fare prima, camminare meno nel momento d'ingorgo. La distribuzione dei viaggiatori, secondo tale logica, si è meglio esplicitata da quando sono state inaugurate le metropolitane senza divisione tra vagoni. I pendolari entrano e si dirigono in quella zona del treno che corrisponde all'uscita più vicina della destinazione di ciascuno.
Si assiste a vere e proprie migrazioni interne suburbane.
Dunque succede che, a stessi orari, ci si trova fianco a fianco con cittadini del proprio quartiere. Uomini e donne con cui si condividono, a pensarci bene, panorama urbanistico e sociale, probabilmente status e stile di vita.
Se quest'intuizione fosse vera allora attenzione ad avere tutti in odio. Si sa, dimmi con chi vai e ti dirò chi sei e chi va con lo zoppo impara a zoppicare.
 
 

martedì 8 novembre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /5

Calci in bocca alla romana.
L'espressione, evidentemente, è una variante di quella culinaria Salti in bocca alla romana.

Ingredienti per 4 persone
Fettine di vitello sottili (500 gr)
Prosciutto crudo (200 gr)
Burro, salvia
Sale, pepe
In alternativa al vitello, si possono tirare calci.



Lo short

Via Timavo, Sesto San Giovanni.
Fifì, Saro e Luchino detto Orecchio Muto passano davanti al ristorante da Iorio.

“Aspetta, aspetta”.
“Che c'è?”.
“Venite qua! Guarda dentro chi c'è”.
“Noo, non ci credo. È lui?”.
“E chi se no?”.
“...”.
“Luchino, facci il piacere, stai qui a guardare se passa qualcuno”.
“...”.
“Saro, entriamo dai”.

Fifì e Saro entrano nel ristorante.

“Giovanni Erinni”. Urla Fifì. Si girano tutti.
“Comodi, comodi, continuate a mangiare”.
Saro estrae la pistola e la punta in direzione del malcapitato. I clienti urlano ma Fifì intima il silenzio e non fiata più nessuno. Lui, Giovanni Erinni, si piscia addosso.
“Allora Giovanni, non ti aspettavi di vederci. No eh? A dire il vero neanche noi”.
“...”.
“Cosa mangi?”.
“...”.
“Forse non ci siamo capiti. Ti ho fatto una domanda. Ed è bene che tu risponda”.
“Salti in bocca alla romana”.
“Ti tratti bene. Si tratta bene -rivolto alla sala-. Fammi assaggiare”. Li assapora proprio.
“Come sono Saro?”. Chiede Fifì.
“Ottimi”. Poggia la forchetta, afferra Giovanni Erinni per una spalla e lo scaraventa per terra.
“Guarda, s'è pisciato nei pantaloni, ahah”.
“Non mi sembra una cosa da fare in un ristorante, Giovanni. Non è cortese, non ti vergogni davanti a tutta questa gente per bene?”. Saro ripone la pistola e inizia a prendere a calci Erinni. Calci in bocca. Anche Fifì. Calci in bocca, in bocca, in bocca.
“Basta Fifì, andiamo”. Dice Saro. Fifì si passa la mano nei capelli; poi sistema i pantaloni, tirandoli su dalla cintola.
“Prego signori, continuate la cena”.
Sull'uscio Saro si volta. “Scusate ancora il disturbo e vi consiglio i salti in bocca alla romana. Squisiti”.

Fuori Luchino detto Orecchio muto fuma una sigaretta.
“Andiamo Luchì”. Dice Fifì.
“...”.
“Sai perché lo abbiamo punito quel bastardo?”. Dice Saro, tutto eccitato, rivolto a Luchino.
Non lo voglio sapere, andiamo”.

lunedì 7 novembre 2011

Sentire, ascoltare /10

Milano. Le sigarette. 

Esistono gesti che attirano l'attenzione delle persone. Rollare una sigaretta è uno di questi. Finché si tratta di disporre il tabacco nella cartina non c'è pericolo di essere notati, ma nel momento in cui si sfregano i polpastrelli di indice e pollice per arrotolare la carta, allora diventa irresistibile il desiderio di partecipare alla creazione di un prodotto artigianale. Piccolo, elegante, funzionale e nocivo. 
Non è un gesto inconsueto o raro quello del rollare, eppure esercita un fascino magico, ipnotico. 
Per chi lo fa -il gesto-, invece, esso rappresenta un momento di pura concentrazione. Sta nelle mani dell'artigiano la possibilità di godere di una buona sigaretta. 
È probabile che la perizia con cui si eseguono i gesti per fare su il tabacco crei una tensione nello spettatore, che partecipa con apprensione alla delicata impresa. Se va a buon fine -l'impresa- lo spettatore, statene certi, distenderà le rughe del viso e gli angoli della bocca si apriranno, leggermente, verso un sorriso. È sollievo, ammirazione, stima e forse invidia. 
La sigaretta è ritualità, quando non è dipendenza. Partecipare a una ritualità altrui è sacralità, quando non è blasfemia. E in un vagone della metropolitana chi custodisce il segreto per fare una sigaretta perfetta possiede una sorta di potere sciamanico a cui nessuno disobbedirà. 

Il posacenere di Andrea Camilleri. Foto del Sole 24
A parlar di fumo si finisce nel posacenere. La mia è una segnalazione. 
La Domenica del Sole 24 Ore ha inaugurato una nuova rubrica. Posacenere di Andrea Camilleri. 
Lo scrittore siciliano, «artigiano di gran classe», fuma e scrive. Scrive per davvero, fuma per finta. Meglio: fuma un paio di boccate per poi spegnere quel che resta nel posacenere. 
La rubrica domenicale sarà piena di sigarette, consumate appena; quanto basta per appiccare una discussione intelligente e arguta, per nulla fumosa.

giovedì 3 novembre 2011

Sentire, ascoltare /9

Pubblico qui di seguito un racconto breve, ironico e tutto milanese che avevo scritto per un'amica che ha un blog molto divertente e intelligente. 




Milano metropolitana. Un’assonanza che risulta familiare, quasi uno spazio di casa, una tana di metropoli, per topi, anche di biblioteca. Lettori seduti, lettori aggrappati a fredde sbarre che sembrano posatoi per pipistrelli chiusi in una voliera senza cielo, che poi sono topi con le ali. Quelle di chi legge un libro accanto a brutti ceffi o belle signorine o all’ombra di se stessi e volano lontano col pensiero ma attaccati al corrimano della rossa, linea ossuta di Milano, la prima a bucare il ventre del nostro agglomerato urbano, all’epoca operaio e rivoluzionario. 
Letture metropolitane, cane mangia cane sulla superficie della città, ma anche nei libri di Edward Bunker; un nome una fortezza: quella sottoterra, antiatomica, amica della mobilità meneghina. 
Corre su due binari chi legge un libro nel nero delle gallerie, o forse tre: due di acciaio e uno che è un volano per la fantasia. Righe dopo righe, non bianche strisce superficiali della superficie, ma profondi solchi nello spazio intimo della lettura, delle idee indicibili o inenarrabili o imperscrutabili di lettori accaniti nelle viscere della terra. La tana metropolitana, pietra tombale del pendolare che non legge e sepolcro di resurrezione di chi ha con sé il gregge della letteratura. Ogni viaggio un dissotterramento, un affondo nelle parole dell’autore, forse ancora vivo, contemporaneo, nascosto nelle viscere di altre città. 
Una tribù di suburbani, di amminoacidi; shock in my town, velvet underground. 
La paura del Ground Zero, ancora sventolata sul retro di copertina; una tecnica retrò di controllo delle menti, che rimbalza di sguardo in sguardo, di quelli che in viaggio si guardano attorno e assorbono le paure in carattere solferino, le réclame delle pubblicità, i titoli sensazionalistici dei libri italiani, le illustrazioni violente di quarte alle quali non si sfugge, non ci si protegge dal bombardamento mediatico. Non basta stare in un bunker. La lettura è sovversione, la parola è sovversiva. Lo slang, il verlan, i palindromi, le distorsioni, le contaminazioni, azioni in essere, in potenza, alle quali abbandonare ogni reticenza. Milano metropolitana, memoria – o memorie – dal sottosuolo, romantici e sognatori, derelitti della società, che un mal di denti non è più nulla, si va, si va, si va.

mercoledì 2 novembre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /4

Formaggio.

Nuova accezione della parola, risultante dall'unione di Forma e Linguaggio.
Il formaggio è la forma del linguaggio.

«Il linguaggio viene inteso come forma e lo studio del linguaggio come analisi delle funzioni che generano la forma linguistica»

Affondo il coltello
nel massiccio argomentare
avvicino la pagina alla bocca
ho l'acquolina, ho fame.

martedì 1 novembre 2011

La guida Sbagliata /2


Illustrazione di Silvia Marinelli


Il Picchio è il Fred Buscaglione dei bar meneghini. Sgancia e Pedala. 
Un ambiente della Milano che non c'è più e che pure c'è. L'insegna, come spesso accade nei bar di un certo calibro, fa il verso al nome del caffè di una torrefazione, più o meno sconosciuta. 
Caffè miscela Picchio, via della Torre, (guarda caso) Milano. 
Al muro la Cattedrale di Trani, dietro il banco -deduco- la Puglia di prima e di seconda generazione. 

“Due Sbagliato, grazie”. 
“Avete da sedere”. 
“No”. 
“Dentro o fuori?”. 
“Fuori”. 
“Ma c'è posto?”. 
“No”. 
“Allora prendiamo un tavolino e lo mettiamo dove c'è spazio”. 

Il marciapiede si fa piccola terrasse alla parigina, dove non ci sono Kir Royale e cacahuète ma Negroni Sbagliati e maccheroni ai broccoli. 

“I due Sbagliato?”. 
“Ah sì, senti fammi un piacere. In quel frigo c'è lo spumante brut, me lo passi?”. 
“Eccolo, faccio io?”. 
“Vai”. 
“Perfetto, aspetta la rondella d'arancia”. 
“Ottimo, pago a lei?” 
“Sì”. 
“Sette giusto?”. 
“Esatto, ti piacciono le goleador?”. 
“...”. 
“Allora prendine un po'”. 

Esco, mi siedo spalle al locale. Ascolto, assieme al .distributore di pelle, le conversazioni dei clienti accanto. A destra si parla di start-up, di capitale e di rischio (giovani squattrinati in giacca e cravatta). A sinistra si parla di Ranieri, del concerto alla Besana e poi di quel libro lì, troppo fico (profili misti). Dritto a me una sfilza di auto in doppia fila, una da non meno di cinquantamila euro (il proprietario e l'amico, due tizi impomatati, la guardano con soddisfazione e orgoglio). Una coppia di anzianotti, tranquilli, a fumare Merit e a bere Ceres e più in là “quei figuri di tanti anni fa”. Su le trattoir si attendono amici, i vassoi con i piatti dei gestori e i gestori, che ne sanno tante. 

Sono tornato a casa a sfogliare “Bar sport” e “Bar sport Duemila” di Stefano Benni. Le caratteristiche del Picchio ci sono ma sparse in trecentocinquanta pagine.

«Sulla fronte ho forse scritto Sale e Tabacchi, che vuoi da me ma pensa te».

Bar Picchio
via Melzo 11
Quartiere Porta Venezia
Prezzo Sbagliato 3,50 euro