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lunedì 20 agosto 2012

Sentire, ascoltare /48

La stazione ferroviaria è un luogo di spaesamento. Non già perché è un ambiente sconosciuto; piuttosto perché la nostra presenza, lungo la banchina, pare possa -o debba- protrarsi all'infinito. Senza alcuna certezza di partenza e con la consapevolezza, qualora si riuscisse a prendere un treno, di dover approdare a un luogo identico a quello di partenza. 

L'esistenza della stazione ferroviaria è replicata in centinaia di copie. La matrice si confonde coi suoi calchi. Partenza e arrivo coincidono, tempo e spazio non determinano il tragitto, cartografie e tabelle orarie esistono solo per sé e non hanno relazione alcuna con metropoli, città e paesi che connettono nella geografia reale. 

Non stupisce che il lettore, in attesa di un treno, legga e rilegga, per un errore di impaginazione -come avviene in Se una notte d'inverno un viaggiatore-, le stesse pagine e che riesca, nonostante ciò, a proseguire il racconto e ad avanzare nella storia e nel proprio viaggio.

Qui, tra spaesamento e impalpabile percezione del circostante, sogno e timori, può avvenire qualsiasi cosa.

venerdì 25 maggio 2012

Aforismi, neologismi e bestialità /23

Scarafagiolo. 
Neologismo composto dalle parole Scarafaggio e Fagiolo. 
Il termine è sinonimo di osteria, béttola, trattoriaccia. 



Ostaria del Porto, Genova. 
Fifì, Saro e Luchino detto Orecchio Muto bevono vino rosso a un tavolo a fiori. 


“L'ultima volta che mi sono imbarcato era nel novantacinque”. 
“Saro per piacere, hai raccontato l'avventura dell'Elisabeth non so quante volte”. 
“Già, è come se io e Fifì avessimo partecipato alla spedizione di persona”.
“la mareggiata, la falla, le lance affondate, il tuo salvataggio”.
“Fifì non dimenticare l'ammutinamento”.
“Al diavolo, prendete pure in giro, non sareste sopravvissuti voi, checche che siete! Marchesa altri tre. Ci sono storie che non ti stanchi di raccontare, storie che ti cambiano la vita. Se non fosse successo quel che è successo, a Milano non sarei mai venuto e”
“e avresti continuato a solcare gli oceani sulle petroliere”. 
“Sì, proprio così e non avrei conosciuto due bauscia come voi”.
“Poteva andarti peggio”.

“C'è sempre stato quest'odore di fagioli qui dentro?” 
“Sempre, fagioli e scarafaggi, ma i prezzi sono buoni e si sentono cose interessanti”.
“Ne hai uno lì, che cammina sul muro”. 

Saro prende lo scarafaggio e lo schiaccia tra le dita. 

“Senti Saro, parlaci di quest'affare dei container, il tipo è uno a posto?”
“A momenti arriva, giudicherete voi”.

venerdì 11 maggio 2012

Sentire, ascoltare /39

Non se ne parla più di pubblico e privato -denaro a parte. Pare sia risolto il problema di cosa sia intimo e personale e di cosa sia comune, di quali siano i modelli per l'uno e per l'altro, di quale natura siano le contraddizioni e le criticità di una sfera pubblica privatizzata e di una sfera privata, sostanzialmente, pubblicizzata. 
Le parole del dibattito pubblico corrono su altri paragrafi, capitoli, questioni. Restano pagine vuote, di una storia collettiva. 

Un luogo, però, mantiene viva e palesemente chiara la questione: il bagno pubblico. 
Asciugamani elettrici, sciacquoni, zip, acqua corrente, pulsanti a pressione, chiavistelli e scrosci segnano il perimetro di uno spazio in cui aleggiano contraddizioni, spaesamento, necessaria sveltezza dei gesti. 
Privato e pubblico fluiscono assieme a definire una materia liquida, fluente, fluttuante, né pubblica né privata, né formale né informale, mai definitiva, mai conclusa. E cosa si può fare se non sorridere. 

Nei bagni pubblici si sorride. Non importa chi tu sia. Non importa chi sia la persona che attende dietro il segnalino rosso dell'occupato, gentleman e lady, numeri di telefono per gesti osceni, slogan e pubblicità, punk e locali d'avanguardia, tag e bestemmie. Si sorride l'un l'altro.

Una convenzione sociale nata dallo straniamento, dall'imbarazzo, dall'incomprensione -forse- di cosa sia quel luogo pubblico per abluzioni private.

giovedì 1 marzo 2012

Sentire, ascoltare /30

La metropoli e il colore del cielo sono due assi di un piano cartesiano particolare, che misura le possibilità economiche dei cittadini. Poniamo, per semplificare, tre categorie: ceto basso, medio e alto. 

Il ceto basso è costituito da persone che hanno mansioni umili e che si svegliano presto per preparare il mondo agli altri ceti. Si alzano che ancora la luna è in cielo e vedono schiarire, dai finestrini dei tram, dietro le sagome dei palazzi, l'orizzonte. Assistono all'alba, si svegliano ai tempi della natura, scoprono il rosa diffuso del primo sole o patiscono il freddo acuto dell'inverno, sentono i suoni della città, ascoltano quel po' di fauna urbana che resiste al cemento. Il ceto basso si guarda in faccia, uno ad uno, perché gli spazi sono ancora ampi e i passanti si distinguono. 

Il ceto medio si sveglia che la giornata ha già preso, bene o male, il suo corso. Il cielo è azzurro o grigio, ancora qualche sfumatura, e così sarà fino al tramonto. Le code sono lunghe e i metrò, i tram, le arterie della città sono colme. Non si distinguono i suoni né i volti perché non c'è spazio. Esiste la folla. L'anonima e laboriosa folla che si compatta nei luoghi pubblici per un paio d'ore e si disgrega negli uffici, nelle botteghe, negli esercizi. 

Il ceto alto esce di casa a cose fatte. Tutti sono già al proprio posto, nella società. Il cielo è quello che è, senza mistero di nascita e di morte, di luce e di buio. Ogni cosa è sveglia, è operosa, nel vivo delle forze. Non si fa in tempo a ricambiare o a farsi ricambiare uno sguardo.

Il ceto alto entra nei bar, a bere un cappuccino e a mangiare un cornetto, quasi a metà mattina e lì incontra il ceto basso che sta sorseggiando un caffè o un grappino per la prima pausa della giornata. Il ceto alto, in forze, si reca in ufficio e ci resta fino a sera. Alla pausa pranzo aspetta che un cameriere porti a domicilio una pietanza, che arriva mentre il ceto medio stacca dalle sue mansioni per andare a mangiare in un bar, in una trattoria. Il ceto medio, nel percorso tra l'ufficio e la meta prescelta, osserva il ceto basso che lavora, già sazio, sui ponteggi, nelle strade e nelle corti dei palazzi. 

Ci sono naturalmente altre categorie e altre circostanze. In ogni caso il cielo non va sottovalutato.

lunedì 16 gennaio 2012

Sentire, ascoltare /23

Il termine tradizione vuole che un patrimonio culturale si trasmetta nel tempo. Non è chiaro, non del tutto, quale sia il patrimonio che si tramanda e da quali comunità esso venga custodito. Il proprio gruppo di appartenenza spesso supera i confini della città, del paese e del continente che si abitano e si perde in tempi non adiacenti a quelli vissuti in linea ereditaria. Pare, per questo motivo, di conoscere situazioni che per nulla appartengono al proprio vissuto e di sentirle molto vicine, personali, proprie. In parte credo faccia parte del concetto di tradizione, in parte credo sia un'esperienza relativamente nuova nella storia dell'uomo. Mi riferisco in particolar modo ai costumi. 


Ieri sono entrato in un bar di Milano con un'atmosfera particolare, trasognata, filmica. C'era un bancone come mai ne avevo visti e ho chiesto al barista di che anno fosse. Mi ha risposto che il bancone, di una lega ai miei occhi raffinata, di stagno e zinco, fu installato nel 1910. Una favola. Ho bevuto un caffè e ho pensato ai cappelli che gli uomini indossavano all'inizio del secolo. Ho immaginato infiniti borsalini piroettare lungo quel bancone e tra i tavolini del caffè. Ho pensato che molti tenessero il cappello in mano e che molti altri lo lasciassero ad appendiabiti posizionati all'ingresso. Che fosse facile scambiare il proprio borsalino per un altro e che fossero molto frequenti i furti di cappelli. Che i più accorti facessero dei segni all'interno della cupola per riconoscere il proprio. Che se fosse ancora così non ci troverei nulla di male e che mi ci abituerei in fretta. Mi è sembrata, tuttavia, una vicenda americana piuttosto che italiana. Ma in questo, forse, mi sbaglio.

domenica 1 gennaio 2012

La guida Sbagliata /4


Illustrazione di Silvia Marinelli

Ancor prima di avvertire sulla lingua il retrogusto di arancia e Campari, il sorso di cocktail mi esplode nel fegato. L'afrore dei soldi e il tintinnio delle monete sull'alluminio di una slot machine, che segna un poker di limoni, sanno di crisi e di economia marcia, d'azzardo a perdere.
Il bar si affaccia su una misera traversa di una nota arteria della città, è l'anticamera di una criminalità latente, la cartina tornasole di un paese che caracolla in avanti, colpito alla schiena da un pugnale ignoto che nessuno ha il coraggio di sfilare. 

Un uomo dai lineamenti arabi, che ha l'aria di conoscere questo bar come le sue tasche, discute al telefono, in inglese, di affari e sangue. 
“I'm a business man, ok? You are my god but I want respect and I want your friend Nico here, in five minutes, ok?”
Me lo dice in faccia, come se non valesse più la pena nascondere i propri affari sporchi. Sento la testa pesante e il corpo inchiodato a terra. 
Non è mancanza di lucidità ma la spiazzante rivelazione di un dettaglio che mi ha permesso di capire una storia che fino a poco prima mi sfuggiva.

La deflagrazione assordante della bomba piazzata alla sede di Equitalia, la sensazione tattile dei polpastrelli sulla carta ruvida di una busta contenente un proiettile, la rapina a un blindato portavalori, la protesta di un manipolo di uomini alle terme di Caracalla contro un sistema senza nomi. L'ultimo capitalismo, l'epilogo di una supremazia, il prologo di un nuovo ordine mondiale e in mano un cocktail gelido che filtra ogni idea. 

“Mi può cambiare?”
Sono cinquecento euro. Allunga la banconota al cinese in cassa, che conta dieci pezzi da cinquanta nelle mani del cliente. Una transizione semplice, portata a termine con la mia lingua, che a me serve solo a chiedere un Negroni Sbagliato.
Bevo e fisso la gente del bar mentre penso cose mie. Mi dicono, chi sta con me, di smetterla, che sembra che voglio attaccar brighe. Invece no, mi sto solo specchiando, mi pare di sentir montare la violenza, la non sopportazione, il rifiuto, l'anarchia meno nobile, il desiderio di farcela con un gratta e vinci e l'impossibilità di avere un nemico con il quale prendersela. 

Entri in questo bar di via Tadino, che però lo scontrino dice di trovarsi in via Palazzi, e sei in un rotocalco di cronaca nera. Ma non c'è nulla di sensazionale, niente di inaudito, qui ci si allena al male. Ed è solo un bar in un paese di bar.


Bar Caffè Venezia
via Tadino 6
Zona Porta Venezia
Prezzo Sbagliato 3,50 euro


Niente di quello che avete letto è esistito. Tranne, ovviamente, ciò che è vero.

lunedì 12 dicembre 2011

La guida Sbagliata /3


Luca's Bar. La scritta sul fregio in plastica, appena illuminata da un neon impolverato, denota un'anglofilia di bassa lega. La 's stona in una Milano che non ha nulla dell'aplomb britannico ma non stride. Si nota appena, in fondo, quell’orpello lessicale e si sposa, meglio di un di, con la parola bar. Quest’ultimo, poi, non c’è dubbio sia un vocabolo inglese, e gradevole ben più di barra o barro, termini che comprimono, in un grugnito tra denti, prepotenza e arroganza di un’epoca vile e malata di esterofobia.

Nonostante tutto ciò Luca’s bar tesse, attorno al suo scialbo aspetto esteriore, una tela di mistero e di interesse. È, infatti, l’assenza di forti segni identificativi che induce il passante a immaginare un mondo possibile, stipato tra una spillatrice e alcuni tavolini. Non è cosa di questo solo bar ma di molti.
Entriamo. Dov’è Luca?
Illustrazione di Silvia Marinelli

Non c’è il fu Luca’s ma un nuovo proprietario: Jin Wenjing. Mi chiedo cosa possa significare per lui, nato nella grande Cina, una s apostrofata. Certo è che ha pensato di non sostituire l'insegna del bar e di mantenere così un legame con la gestione precedente, il quartiere e quell’immaginario espressivo che si appiglia ai semafori, ai cornicioni, alle aiuole, ai neon e a tutto quanto c’è in un luogo e che fa il luogo.

La figlia di Jin ci serve due Negroni Sbagliati senza ghiaccio in boccali di birra da oltre mezzo litro. Nulla da ridire e poi nulla da ricordare, se non la clientela. Gente di Milano che parla italiano senz’altro, ma anche albanese, rumeno, francese e una manciata di dialetti dell’oltre oltre oltre Po.

Questa non è una parabola. Piuttosto il breve e parziale resoconto di una piacevole serata passata a Milano, città che nasconde prospettive e visioni particolari e cangianti. Basta oltrepassare la soglia di un bar. In entrata e in uscita.

Bar Luca's
via Ronchi 35
Quartiere Udine
Prezzo Sbagliato 4 euro

giovedì 10 novembre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /6


L'Italia non fa più ridere nessuno, né qui né altrove. Anche i giullari più seri sembrano ormai lasciar la scena. Ma il circo di clown, donne cannone, uomini proiettile, nani maligni e freak da baraccone rimarrà in cartello per parecchio tempo. È evidente che qualcuno vuole che si rida ancora. 
A questo punto almeno si trovi un'ironia sottile, intelligente, arguta e utile. 
Chi andrà alla guida del paese, e se tanto mi dà tanto ci andrà (almeno per un po') una persona credibile ai più, riuscirà a fare botteghino con i circensi che abbiamo in giro? 

Dunque, la bestialità di oggi. 

Monti python's flying circus