venerdì 11 maggio 2012

Sentire, ascoltare /39

Non se ne parla più di pubblico e privato -denaro a parte. Pare sia risolto il problema di cosa sia intimo e personale e di cosa sia comune, di quali siano i modelli per l'uno e per l'altro, di quale natura siano le contraddizioni e le criticità di una sfera pubblica privatizzata e di una sfera privata, sostanzialmente, pubblicizzata. 
Le parole del dibattito pubblico corrono su altri paragrafi, capitoli, questioni. Restano pagine vuote, di una storia collettiva. 

Un luogo, però, mantiene viva e palesemente chiara la questione: il bagno pubblico. 
Asciugamani elettrici, sciacquoni, zip, acqua corrente, pulsanti a pressione, chiavistelli e scrosci segnano il perimetro di uno spazio in cui aleggiano contraddizioni, spaesamento, necessaria sveltezza dei gesti. 
Privato e pubblico fluiscono assieme a definire una materia liquida, fluente, fluttuante, né pubblica né privata, né formale né informale, mai definitiva, mai conclusa. E cosa si può fare se non sorridere. 

Nei bagni pubblici si sorride. Non importa chi tu sia. Non importa chi sia la persona che attende dietro il segnalino rosso dell'occupato, gentleman e lady, numeri di telefono per gesti osceni, slogan e pubblicità, punk e locali d'avanguardia, tag e bestemmie. Si sorride l'un l'altro.

Una convenzione sociale nata dallo straniamento, dall'imbarazzo, dall'incomprensione -forse- di cosa sia quel luogo pubblico per abluzioni private.