giovedì 17 maggio 2012

Sentire, ascoltare /41

Alcuni fenomeni dei nostri tempi mancano di parole per essere definiti e compresi; accadono prima ancora che qualcuno ci abbia ragionato sopra. Senza nomi le cose non sono chiare e non sono comunicabili nel migliore dei modi. 
Molti fenomeni sono ben definiti e comprensibili perché all'ascolto della parola che li indica si ha un diretto riferimento a situazioni, concetti e idee che gli interlocutori hanno bene in mente. 
Esiste, poi, una categoria di parole -e di relativi fenomeni- che sfugge a tali descrizioni. Professione è una parola di queste. 

Il Devoto-Oli dà, tra le altre, la seguente definizione: 
Attività esercitata in modo continuativo a scopo di guadagno. 
Attività intellettuale per l'esercizio della quale è richiesta la laurea o una particolare abilitazione. 

È parola adatta a definire il mestiere dei più? Forse. Per molti giovani credo di no. 
C'è uno scarto tra il suo significato e la realtà per la quale si applica. 

I social network, i motori di ricerca di lavoro, le aziende, i modelli europei per i curricula, i questionari, la carta d'identità e molto altro richiedono di definire la propria realtà “professionale” con una parola. Non è corretto e rischia di creare inconsce psicosi collettive. Un modello -o una convenzione- sociale non permette ad alcuni cittadini di esprimere il proprio reale status e ciò, nonostante si tratti di parole, esclude dal circuito della collettività. 


Un esempio. 

che lavoro fai? 
al momento nulla 
ma di cosa ti occupi? 
nell'ultimo progetto ero redattore 
ah, sei un redattore 
ma ho fatto anche altro 
tipo? 
ho seguito dei progetti pubblicitari 
ah 
prima ancora mi sono occupato di promozione di uno spettacolo teatrale 
mm 
insomma, ho fatto tante cose 
però sei giovane 
sì 
non hai ancora trovato la tua strada 
in realtà sono cose che mi interessano quelle che ho fatto, tutte. 
ma devi scegliere, no? 
sì, forse 

Il primo interlocutore -poniamo un signore sui cinquanta- lascerà la conversazione pensando che l'altro è uno che non sa fare nulla bene, che non ha ancora trovato un posto nella società, che vive sulle spalle dei genitori e fa un lavoro ogni tanto. 
Il secondo interlocutore -poniamo un trentenne- lascerà la conversazione con l'impressione che la propria realtà non sia compresa dalla comunità a cui appartiene, che quello che ha fatto non sia sufficiente a definirlo, che se non trova una continuità professionale è spacciato. 


Occorre trovare nuove parole e ridefinire quelle esistenti perché senza nomi le cose non sono chiare e non sono comunicabili nel migliore dei modi. E se non ci parliamo rischiamo di rimanere soli.