lunedì 16 gennaio 2012

Sentire, ascoltare /23

Il termine tradizione vuole che un patrimonio culturale si trasmetta nel tempo. Non è chiaro, non del tutto, quale sia il patrimonio che si tramanda e da quali comunità esso venga custodito. Il proprio gruppo di appartenenza spesso supera i confini della città, del paese e del continente che si abitano e si perde in tempi non adiacenti a quelli vissuti in linea ereditaria. Pare, per questo motivo, di conoscere situazioni che per nulla appartengono al proprio vissuto e di sentirle molto vicine, personali, proprie. In parte credo faccia parte del concetto di tradizione, in parte credo sia un'esperienza relativamente nuova nella storia dell'uomo. Mi riferisco in particolar modo ai costumi. 


Ieri sono entrato in un bar di Milano con un'atmosfera particolare, trasognata, filmica. C'era un bancone come mai ne avevo visti e ho chiesto al barista di che anno fosse. Mi ha risposto che il bancone, di una lega ai miei occhi raffinata, di stagno e zinco, fu installato nel 1910. Una favola. Ho bevuto un caffè e ho pensato ai cappelli che gli uomini indossavano all'inizio del secolo. Ho immaginato infiniti borsalini piroettare lungo quel bancone e tra i tavolini del caffè. Ho pensato che molti tenessero il cappello in mano e che molti altri lo lasciassero ad appendiabiti posizionati all'ingresso. Che fosse facile scambiare il proprio borsalino per un altro e che fossero molto frequenti i furti di cappelli. Che i più accorti facessero dei segni all'interno della cupola per riconoscere il proprio. Che se fosse ancora così non ci troverei nulla di male e che mi ci abituerei in fretta. Mi è sembrata, tuttavia, una vicenda americana piuttosto che italiana. Ma in questo, forse, mi sbaglio.