lunedì 26 novembre 2012

Sentire, ascoltare /75

La città vive, letteralmente, di macerie: su di esse cresce, si rinnova, si espande. Il fuoco che brucia le capanne in paglia e legno si spegne sotto l'argilla; il vento che abbatte e scoperchia i tetti si placa contro il vetro e il cemento; l'acqua che spazza via pilastri e ponti asciuga sotto il dominio della tecnica. Ad ogni giro di vita, lo spazio urbano si amplia, si sviluppa. 

In questo incedere in avanti, la città compie, però, un percorso vitale che non ha alcun riscontro in natura: non invecchia mai, semmai ringiovanisce. Le foto, i filmati e le illustrazioni d'epoca testimoniano, sempre, senza alcuna eccezione, che le città del passato, messe a confronto con le medesime nel presente, appaiono svilite, smunte dalla senescenza, macchiate dall'età, curvate dagli anni, rallentate da una muscolatura flebile, inconsistente. 
L'uomo, con l'età, invecchia e muore; la città, col tempo, ringiovanisce e vive. 

In questo assunto, e non in altro, risiede la grandezza dell'uomo: che tutto cede, persino la propria vita e i propri anni, affinché la storia da cui proviene, la collettività a cui appartiene, l'invenzione più alta che sia mai riuscito a ideare -la città appunto- restino vivi. 

Quando non è così, una generazione di uomini può decretare, in punto di morte, il proprio fallimento.