lunedì 12 novembre 2012

Sentire, ascoltare /69

Disagio della modernità è la nostra incapacità di coltivare amicizie. Alcune si sciolgono in conoscenze, altre sopravvivono nella sola memoria, alcune sono così lontane che non si ricordano nemmeno i nomi propri, altre ancora si scollano piano piano, incontro dopo incontro. 

Un tale stato di cose è sintomo di un disagio ancor più grande: la perdita di se stessi e l'affermazione di un'indeterminatezza esistenziale
Si confondono le città, i volti delle ragazze, gli affetti, le parole. 

Ad una via di Milano mi pare di abitare le strade della città in cui vivevo l'anno passato; nel volto della ragazza appena sedutasi sul tram riconosco l'espressione seria di una vecchia relazione; quel modo di dire che mi ha fatto voltare, in un bar del centro, per vedere chi l'avesse pronunciato è simile a un'espressione che ripeteva spesso un compagno di corso, anni addietro. 

Ogni cosa sta assieme, si confonde e in qualche modo sopravvive. Tutto, però, avviene senza che nessun altro sappia, in assenza di parole. 
Resta da chiedersi cosa si debba fare di quest'archeologia del vivente, cosa si debba pensare di luoghi, volti e affetti che irrompono, a distanza di tempo e spazio, nella propria esistenza.