venerdì 19 ottobre 2012

Sentire, ascoltare /63


Voltato l'angolo, dopo la T di tabacchi e la vetrina zigrinata di un solarium, ho adocchiato quattro persone: tonde, come quei fiaschi di vino rivestiti in paglia che non si vedono più sulle tavole, baffi a spazzola ben curati, neri, stretti sotto le nari e larghi sopra il labbro superiore, di altezze e stazze differenti eppur molto simili, camicie color panna e pantaloni grigi, stavano, ognuna con propria posa, davanti al portone di un palazzo in bugnato.

Oltre una lavanderia automatica, in direzione dei quattro uomini, ho orecchiato -prima vociare poi parole chiare- la loro discussione, in tre lingue -italiano, spagnolo e inglese: parlavano di beghe condominiali.

Ho proseguito, affiancati e circumnavigati i queruli grassoni, lasciandoli alle spalle -chiacchiericcio fievole, sino a confondersi coi rumori della città. 

Il quartetto era simile a un'illustrazione di un libro per bambini, della mia infanzia, in cui una banda di musicisti messicani, con le gote rosse e il sombrero, era intenta a suonare per una coppia di topolini.

In qualche modo le immagini del panorama urbano, persone e cose, pare siano riflessi di luoghi lontani. Un crocchio d'uomini buca la realtà per richiamarne un'altra e non si sa mai, quando si passeggia in città, se siano, le strade, itinerari in avanti o discese verso il proprio passato, continui rimandi ad altro.