martedì 16 ottobre 2012

Sentire, ascoltare /62

Quasi fosse l'interpretazione di un sogno o un piano sequenza di un film di Ingmar Bergman, ieri mattina, ad una fermata sconosciuta -senza pensilina, orari e banchina rialzata-, lungo le rotaie, simili a un carrello di un set cinematografico, ho aspettato che il tram si avvicinasse. 

Poco a poco, all'interno dell'abitacolo, somigliante per geometria e luce a un'edicola votiva o a un trittico su tavola di legno, nel primo freddo stagionale, con un riflesso di luce sui vetri, tra lo sferragliare delle rotaie in frenata, ho afferrato nello sguardo la figura del conducente. 

Veste nera, non certo d'ordinanza, cappello come un drappo pesante sulla testa a scendere lungo le spalle, fronte ampia senza ombra di capelli, volto magro d'eremita, barba lunga e stretta protesa in avanti, non folta ma nutrita, crespa con alcuni peli bianchi, occhi neri, il tranviere pareva l'icona di un santo. 

Arrestato il tram, spalancate le porte in legno, battenti a fisarmonica contro gli stipiti di ferro, il profilo severo del cenobita patentato mi ha spinto sul convoglio deserto. Ho preso posto sul sedile, legno da cassa da morto, e ho atteso che mi portasse a destinazione. 

Per tutto il tragitto ho meditato, passando in rassegna i fatti della vita.
Sceso, senza voltarmi, sono entrato in un bar e ho chiesto un caffè d'orzo in tazza piccola. Fuori ho acceso una sigaretta e con la prima boccata ho espiato tutto.