martedì 25 ottobre 2011

Sentire, ascoltare /7

Il viaggio in Azerbaigian è concluso. Le fiamme del petrolio, il vento del Caspio, le curve delle strade verso Cabala definiscono il movimento di un paese che tende verso l'alto ma che si perde in sussulti, mulinelli e gorghi, tortuosità e grovigli. Come dicevo nel post precedente la regione caucasica custodisce una complessità unica, dalla quale scaturiscono slanci e arresti, spazi e restrizioni. 
Qui vorrei solo parlare di un episodio, del sentire e dell'ascoltare. 

In viaggio ho portato con me Palomar, un libricino di Italo Calvino in cui il protagonista (il signor Palomar appunto) osserva il mondo e ne trae esperienze e interrogazioni. Palomar si domanda del moto delle onde, delle stelle, della carne, del gorilla albino e di mille altre cose. Io lo seguo nel suo interrogarsi e assieme aggiungo le mie interrogazioni al circostante di cui -in questa specifica occasione- ho poco esperienza. 



Nella biblioteca dell'Istituto dei Musulmani del Caucaso di Baku, eretto accanto alla sontuosa moschea di Taza Pir, mi avvicino a un tavolino che fa da emeroteca. Sul tavolo sono ben allineate (forse una svista delle autorità governative che ci hanno scrupolosamente seguito nel nostro iter) tre diverse testate giornalistiche del 20 ottobre. Tre foto-notizie identiche, tre didascalie identiche, tre titoli identici, tre occhielli identici, tre testi identici. 
Ne sono rimasto affascinato. 
Non perché capissi le parole scritte in azero ma perché la monodia dei segni ha perforato la mia corazza fatta di sensi, di concetti, di giudizi. Sono rimasto in ascolto del segno, non come simbolo, non come veicolo tra significato e significante. Solo in un secondo momento ho associato al segno una serie di significati. Nel preciso istante dell'osservazione dei giornali il segno è rimasto una forza indecifrabile. 

Palomar si trova in gita alle rovine di Tula, antica capitale dei Toltechi: «Nell'archeologia messicana ogni statua, ogni oggetto, ogni bassorilievo significa qualcosa che a sua volta significa qualcosa che a sua volta significa qualcosa». Palomar ha una guida che decifra ogni segno e che spiega cosa significano: la vita, la morte, un dio, una costellazione. Accanto a loro passa una scolaresca. Il maestro degli studenti racconta a che civiltà appartengono, a che secolo, in che pietra sono scolpiti i vari monumenti toltechi e poi conclude «Non si sa cosa vogliono dire». La guida di Palomar dopo aver ascoltato diverse spiegazioni del maestro interviene indispettito e dice agli studenti «Sì che si sa». 
Appena la scolaresca scompare alla vista di Palomar e della sua guida la voce ostinata del maestro riprende: «No, es verdad, non è vero quello che vi ha detto quel senõr. Non si sa cosa significano». 

Non interpretare è impossibile, come è impossibile trattenersi dal pensare, dice Italo Calvino. E nel caso di questa emeroteca nel centro di Baku non è difficile trarre conclusioni. Ma non è questo il punto. Non è quello che Palomar mi ha insegnato e che destino ha voluto imparassi in Azerbaigian. 
Cosa significa per me e per gli altri qualcosa che a sua volta significa qualcosa che a sua volta significa qualcosa?

Foto di Michela Ceccorulli, ricercatrice per il Forum per i problemi della pace e della guerra