giovedì 8 dicembre 2011

Sentire, ascoltare /20

C'è, in tutta questa faccenda, un qualcosa di invidiabile. L'orecchio muto non apre al mondo del visibile e della realtà ma a quello dei sogni. È sufficiente poggiare l'orecchio che sente al cuscino. Rumori, ticchettii, ombre uditive, remote echi di elettrodomestici, passi del piano di sopra cessano di esistere e al loro posto si fa spazio, prima che in tutti gli altri, una cornucopia di suoni della notte che dorme. È il sogno, condizione che non ha nulla a che vedere con la socialità, la vita di città, le parole. Perché il proprio sogno non si ricorda mai del tutto e non lo si può spiegare a nessuno; e si sa che quando non siamo in grado di raccontare un fatto o di definire un concetto non conosciamo bene il fatto o il concetto medesimi. 
Dunque il sogno rimane un'esperienza personale, privata, comunicabile solo a se stessi. Forse è per questo che i romanzieri -i russi sono dei maestri- quando raccontano di sognatori insinuano il dubbio della follia. Essa, nonostante sia inesprimibile e indefinibile come il sogno, pare tangibile perché crediamo di poterla identificare con dei volti di uomini. Così la follia diventa l'abito del sogno. 

Mi è capitato di sognare storie talmente chiare e limpide da credere, nel sogno stesso, di non doverle appuntare su un foglio affinché le potessi ricordare il mattino, bensì che la loro forza esplicativa fosse così poderosa che le avrei tenute a mente anche da sveglio. Non è stato così naturalmente. 
Il sogno rivela e testimonia la verità ma questa è destinata a un mondo che non ha nulla a che fare con la comunicabilità e la condivisione. La verità si ha nei sogni, che sono cosa umana ma personale. E la pazzia è la sua espressione in carne ed ossa nella realtà che viviamo assieme. 

«Suonarono le tre. Kovrin spense la candela e si coricò; rimase a lungo a occhi chiusi, ma non poté addormentarsi perché -così almeno gli pareva- in camera da letto faceva molto caldo e Tanja parlava nel sonno. Alle quattro e mezzo, accese di nuovo la candela e in quel momento vide il monaco nero seduto sulla poltrona vicino al letto. “Salve”, disse il monaco, tacque un po' e poi chiese: “A cosa stai pensando?” […]. Tanja intanto si era svegliata e guardava il marito sgomenta e inorridita. Parlava rivolto alla poltrona, gesticolava e rideva: i suoi occhi scintillavano e nella sua risata c'era qualcosa di strano». 
Il monaco nero di Anton P. Čechov