lunedì 10 marzo 2014

Sentire, ascoltare /120

Se fosse la città un panorama di dettagli, se fossero i palazzi cesellati di minuzie, se fosse ogni luogo un fine ornamento. E se non è - cortezza di vedute, grettezza urbana -, le nuove torri di Milano, ad osservarle da lontano, son ghirigori e voluttà; ma poco a poco, col passo di chi si avvicina, prendono una brutta china: miopia, ristrettezza di visioni, di vetro e cemento illusioni.

lunedì 10 febbraio 2014

Sentire, ascoltare /119

Impugnata la maniglia del portone sotto casa, un pellerossa metropolitano ha azionato il marchingegno della serratura: bang! è il sordo schiocco della toppa dell'androne; e come stormo di piccioni, un crocchio di cowboy a consiglio lì vicino si è dileguato nel Far West della città.

mercoledì 5 febbraio 2014

Sentire, ascoltare /118

In vita mia ho creduto che fosse bene ossequiare il silenzio per onorare la sincerità. Ora, in punta di morte e di lingua, non trattengo quel che ho sempre taciuto, e la pletora di chi mi veglia sarà sincera a seppellire il corpo di un autentico menzognero, senza proferir parola.

mercoledì 8 gennaio 2014

Sentire, ascoltare /117

A tarda sera, quando scesi dal treno in una piccola stazione della Brianza, ebbi come l'impressione che il paese fosse disabitato: ovunque cercassi anima viva, le strade e i palazzi velavano la vista con uno strano effetto ottico. Ogni cosa vibrava come quando d'estate il cemento fuma e l'aria si muove a pinnacoli. Poi, attraversato il piazzale antistante la stazione e avvicinatomi al bordo delle case, mi accorsi che non si trattava di un'illusione ottica naturale e che quel movimento mendace non era un trucco di fata Morgana; bensì l'incedere degli abitanti che non so dirvi come e perché, in quel paese, assorbivano i colori dello sfondo urbano e muovendosi, a raso muro, scioglievano la realtà delle cose in un inverosimile panorama di periferia.

Mi avvicinai ad una vetrina e pregando che specchiasse la mia immagine, seppur leggera e trasparente, potei solo osservare il fondale mosso: una finestra, un'inferriata, un pezzo di muro, un angolo di tettoia, un palo.

domenica 15 dicembre 2013

Sentire, ascoltare /116

Lungo il provinciale, attraverso la cancellata di un giardino pubblico della periferia nord di Milano, il sole filtrava accecante tra le inferriate; e una donna che passava di lì con in mano due borse gialle della spesa, ad ogni passo - luce ed ombra, luce ed ombra -, era costretta a socchiudere gli occhi per resistere ai ripetuti flash del sole. Fu quello il suo primo red carpet: la polvere alzata dalle auto in corsa strascicava il suo nome mentre lei sfilava, Sissi ancora una, Sissi guarda qui, Sissi, Sissi, Sissi.

giovedì 14 novembre 2013

Sentire, ascoltare /115

Avari, Giuseppe Pontiggia, 1978

Il primo inatteso, oscuro presentimento lo provai all'uscita dal bar sull'autostrada, quando lui mi si avvicinò alle spalle e mi chiese:
«Perché hai lasciato la mancia? Ti sembra che ci abbiano servito bene?»
Allargai le braccia:
«Normalmente.»
«E allora perché la mancia?»
«Ma erano duecento lire. Io la lascio sempre.»
«E dividiamo anche queste?»
Mi fermai imbarazzato.
«Ma non so» dissi. «Se amministro io la cassa comune, vorresti che tenessi un conto a parte per le mance? E perché poi, per rimborsarti?»
«Naturale» rispose. «Io disapprovo le mance.»
Aveva pronunciato queste ultime parole con una inconsueta tensione della voce e dello sguardo.
«Sempre?» gli chiesi.
«Sempre!» esclamò. «È per principio.»

So che “per principio” un uomo è capace di qualsiasi cosa, tranne che di modificarlo. Perciò dissi:
«Va bene. Le mance le pagherò io.»
«Come vuoi.»



Reservoir Dogs, Quentin Tarantino, 1992


lunedì 11 novembre 2013

Sentire, ascoltare /114

Erano le due di notte. La lancetta dei minuti allineata a quella dei secondi ombreggiava il dodici, gotico istante di un perpetuo circolo temporale; l'asticella delle ore apriva a sessanta gradi l'angolo del tempo indicato sul quadrante; l'oscillatore dell'orologio gracchiava per due volte il verso del cuculo, in un preciso e meccanico ordine periodico del suono. 

Credevo che il giro dopo il cucù avrebbe crocidato tre rintocchi. E invece, passata un'ora, erano ancora le due. La fase temporale oraria aveva inghiottito il tempo, come se quel che avevo vissuto non potesse più essere misurato, non fosse più ammissibile agli atti, ai registri delle cose che accadono.

Pensai di aver perso l'occasione di compiere una malefatta che l'orologio avrebbe redento, dissolto nel nulla, sciolto nella storia; e riflettei sulla meccanica della clessidra: piuttosto che rappresentare lo scorrere del tempo mi è parso definirne la permanenza.

La sabbia che filtra tra i vasi conici sovrapposti e speculari del polverino vuota un'ora nella misura in cui la riempie nel medesimo istante.