lunedì 11 novembre 2013

Sentire, ascoltare /114

Erano le due di notte. La lancetta dei minuti allineata a quella dei secondi ombreggiava il dodici, gotico istante di un perpetuo circolo temporale; l'asticella delle ore apriva a sessanta gradi l'angolo del tempo indicato sul quadrante; l'oscillatore dell'orologio gracchiava per due volte il verso del cuculo, in un preciso e meccanico ordine periodico del suono. 

Credevo che il giro dopo il cucù avrebbe crocidato tre rintocchi. E invece, passata un'ora, erano ancora le due. La fase temporale oraria aveva inghiottito il tempo, come se quel che avevo vissuto non potesse più essere misurato, non fosse più ammissibile agli atti, ai registri delle cose che accadono.

Pensai di aver perso l'occasione di compiere una malefatta che l'orologio avrebbe redento, dissolto nel nulla, sciolto nella storia; e riflettei sulla meccanica della clessidra: piuttosto che rappresentare lo scorrere del tempo mi è parso definirne la permanenza.

La sabbia che filtra tra i vasi conici sovrapposti e speculari del polverino vuota un'ora nella misura in cui la riempie nel medesimo istante.