mercoledì 22 agosto 2012

Sentire, ascoltare /50


Una scatoletta di cerini. Da un lato c'è scritto Stazione di salice, dall'altro è indicata la marca, a me sconosciuta, e la classe di appartenenza: svedese, funziona solo con superfici ruvide
L'avvicino al naso e annuso. È un odore familiare: l'annuncio di un incendio piccolo; la sensazione di avere il potere in mano. 
Accendo un cerino, strofinandolo contro la dorsale della scatoletta, e si infuoca subito: è una stella di natale in miniatura che brilla nel vagone. 
Agito il fiammifero -le dita minacciate da una scottatura di poco conto- e si spegne, in una colonnina di fumarola. Sembra un aroma di caffè.
Restano tre zolfanelli a ballare nella scatoletta, come una specie di maracas. La apro e scopro all'interno, sulla superficie porosa, una scritta con inchiostro blu un po' slavato: Monica. E un numero di telefono. 

Monica, i cerini, un contatto.
Da quale taschino sarà scivolata via questa scatoletta? Sapeva, quel tale sbadato, che dentro c'erano Monica e la sua calligrafia sgraffignata da una capocchia fosforosa?

Non si può perdere un oggetto tanto adorabile. I cerini sono giochi per adulti. Un tirabaci per Monica. Un pettine per chi ha lasciato lì i nodi di una relazione.
Accendo un altro fiammifero. Che buon odore. 33932... no, non la chiamo, non è affar mio.
Abbandono sul sedile le mie responsabilità. Lascio gli ultimi due cerini, le ultime due capocchie, l'ultima fortuita coincidenza di Monica.
Il prossimo viaggiatore prenderà in mano la scatoletta, si accorgerà che dentro c'è un piccolo incendio, forse d'amore, e aprirà.
Io sarò tra i vicoli di Genova, lontano da questa storia, lontano da un fuoco che non saprò mai se sia divampato. Lungo la ferrovia.