domenica 15 luglio 2012

Aforismi, neologismi e bestialità /24


Il discorso è andato in barca.

Che una vacca diventi una barca non può stupirci. 
L'italiano parlato -complici un poco di ignoranza ed analfabetismo, spirito ciarliero e peculiarità della nostra lingua- si presta a facili distorsioni, trasformismi, strafalcioni. 

Le assonanze salvano musicalità di detti e proverbi ma sensi e significati si perdono nei tempi, nelle bocche e nelle orecchie. 



Milano, Bosco in Città. Notte fonda. 
Fifì e Saro trasportano un grosso sacco e Luchino, detto Orecchio Muto, li segue a una cinquantina di metri di distanza. 


“Quanto pesa questo porco gioielliere”. 
“Saro, pensa ai grammi d'oro sulla bilancia, quelli sì che pesano”. 
“Pesano e scottano amico mio”. 

Uno dai piedi l'altro dalla testa, il sacco ciondola come un'altalena e vola nel laghetto. 
Schizzi, cerchi, bolle, due anatre e tre tartarughe. Il corpo del gioielliere non c'è più. 

“Eccolo lo scansafatiche”. Dice Saro guardando arrivare Luchino. 
“Non c'è proprio anima viva ragazzi, nemmeno un custode da bastonare”. Risponde. 
“Meglio così. Fumiamoci una paglia, poi andiamo”. 

I tre si siedono sull'erba, in riva al laghetto, con tre lucciole in bocca. 

“Dimmi Fifì, hai sentito Damiano, il ricettatore?” 
“Sì ma dice che non è cosa. Ne abbiamo parlato un po', ci siamo anche scaldati, poi il discorso è andato in barca”. 
“Dobbiamo trovarne uno al più presto”. 
“Potremmo sentire Gipsy, so che naviga in cattive acque e non può rifiutare un lavoro del genere”. 
“Ci pensiamo dopo ok? Il lago mi mette malinconia e vedo tutto nero”. 
“Dicono che il lago sia triste perché trattiene i cattivi pensieri di chi lo guarda. Al mare o al fiume i cattivi pensieri se ne vanno; qui, al lago, restano per sempre”. 
“E che si prendano il grassone”.
“Pace all'anima sua”.