giovedì 17 agosto 2017

Miraggio a Merzougà



Nell'anno maomettano ottocentonovantasette, sul far del meriggio d'un venerdì estivo, il gran sultan berber di Merzougà sellava l'ultimo dei suoi dromedari nel cortile del caravanserraglio Sahara Experience très étoiles. Era sul punto di menar sul collo il primo quadrupede della carovana, perché quel pelandron gibbuto s'alzasse di lena anziché scacazzare senza sosta, quand'ecco alzarsi il vento e soffiare alle sue orecchie un chiasso di babel.

"Son miraggi del deserto o son cristiani quei ch'io sento?!". Così avvedendosi il sultano montò sul gran gobbone a pugnale sguainato, e quelli, tra cui me medesimo, l'autista Moam e la guida Maom, eran già ai suoi pressi.

"Bravo, bravo! Un vero attore". "Il nostro Lawrance d'Arabia". "Che guerriero". Applausi a scena aperta dei tendisti, una raffica di scacazzate dromedarie e il moro che sbotta: "Barbari!".
"Oh berbero, proprio tu...", percula una voce anglofona dalle retrovie, e giù tutti a ridere gradassi.
"Voi qui, dunque - disse alquanto afflitto -, la guerra è persa".
"Che guerra?". Chies'io accorgendomi non trattarsi di recita spilla-dirham-noproblema-tour-organisè.
"Mi prendi in giro?".
"Sia mai".
"La guerra santa!", dice il saraceno.
"No guarda, non mi sembra il caso di parlare di Jihad, ci sono 50 gradi all'ombra e...".
"Dite cosa è accaduto! e poi combatteremo".
"No, non ci capiamo...". Silvia mi tocca un fianco che mi vede un po' innervosito, Maom, la guida, mi sfianca dall'altro per la colletta dell'acqua, il moro si fa sotto: "Granada è caduta?". 
"Parlartegli voi perché io guarda...".
"L'acqua sono 40 dirham" mi fa la guida.
"Toh, se non hai da cambiare t'arrangi".
"Lasciate che sia io a conferire", s'avanza la sola turista dell'impero di Cina tutta avvoltolata da sciarpine che pare una regina, "è un compito che mi compete". Il gruppo di french-anglais-italianen non intese contraddirla e fece sì con la testa.

"Come vi chiamate?". 
"Io sono il gran sultan di Merzougà".
"Ed io la regale diplomatica della dinastia dei Ming, siamo a pari". "Seee, proprio" - sibila Silvia quel tanto che la senta io e non gli altri -, "allora io sono la regina di Modoetia...", e in effetti così cambiata d'abito d'emblée pare una regnante d'altri tempi.
Il moro, dal far suo farfallone, smontato di sella, prende la mano della rampolla di Cina, "madama", e ne mima il bacio senza perderla dagli occhi, blu i di lui, neri i di lei.

"Dove ci troviamo sultanino?".
"Che domande mandorlina, nel deserto".
"Bravo, e che giorno è?".
"Mia luna d'Oriente, è un venerdì estivo dell'anno ottocentonovantasette".
"In cristi o in maometti?". M'intrometto.
"In maometti", dice la guida, "fan 10 dirham".
"Toh, e quanti cristi sono?".
"Anno domini 1492, fan 10 dirham".
"Toh briccone, abbiamo scoperto l'America".
"Abbiam perduto l'America: l'Andalusia è di Castiglia e d'Aragona, cade l'ultima roccaforte araba di al-Andalus". Dice quieto l'autista, acciambellatosi tra le vettovaglie di un bivacco passato.
"Ah, ora Moam è un saputello, però l'aria condizionata non va!". 
"Ora va, gli animali stanno meglio". 
Mi giro in cerca del minibus, ma scorgo solo un calesse di muli e uno d'asini, quest'ultimo sommerso da zaini Quetchua e tende Bertoni.
"E tu perché non saresti a combattere?". Chiedo al saraceno, tornando a noi.
"Riformato".
" Ah sì eh...".
"Torace piccolo". Precisa il moro, e chiosa il dromedario scacazzando.
"Ma guarda un po', t'è andata bene, Granada è caduta e tu hai salva la vita".
"Ma voi che volete?", chiese il berber, "mi farete prigioniero, m'ucciderete?".
"Nessuno vi farà del male", disse miss Ming, cavandosi dalla capigliatura due fermagli affilati che amor fulmineo l'ha spinta a svelare.
"Su, fate i bravi" - dico io - "srotoliamo uno dei vostri bei tappetti berber handmade e beviamoci un tè di benvenuto alla menta sucrè". 
"Fanno dieci dirham a persona", arriva Maom con il vassoio, le teiere e i biccerin.

Il sultano, annusandoci l'affare, che un tapis lo piazza sicuro, sistema per benino i suoi ricami sotto il porticato del fondaco, al riparo dal sol calante e dai petazzi della carovana, e con un cenno del capo chiama gli invasori a prender posto: la Ming che c'è cascata, e stanotte tra le dune dai-che-ci-dai, tre franchi coi spadoni, due regnanti d'Angleterra agghindati in ferro e durindane, un austroungaro con moschettone, Moam il ciambellano, Maom il grattasoldi, io, Silvia e un mazzolin di fiori blu.