martedì 8 gennaio 2013

Sentire, ascoltare /82

A un bar taciturno sulla Martesana, un anziano signore, con coppola e pochette, giacca beige a fantasia scozzese, ogni giorno, sul far della sera, domanda un'anisetta con mosca, per berla, poi, appena fuori l’uscio. E pare che il suo gesto -mano in tasca e baffi radi- sia il tentativo di versare un vizio liquoroso tra le pieghe di un luogo; il pretesto per ossequiare un rito sociale che appiccica ad una serranda ormai in chiusura. 

In qualche modo sono le abitudini a definire l'identità urbana, e i luoghi che conosciamo sono l'uso che se ne fa. La città trattiene, per ciascuno qualcosa, i caratteri dei suoi abitanti e li rilascia, poco a poco, nel corso del tempo. 

Alcuni costumi si perdono, altri resistono, certe maniere vengono meno in un quartiere del centro per dilagare tra le vie di una periferia: circolano, si arrestano in qualche dove, cambiano e in taluni casi muoiono. 

Assorbiamo dalle cose inanimate il senso che ad esse gli uomini hanno trasmesso: marciapiedi, basolati, serrande, pensiline, muri e faretti sono elementi architettonici a cui si è impigliato un qualcosa di vivo. 

*** 

Il brano appartiene a un trittico pubblicato da Ossobook, nuovissima rivista di città curata da Tommaso Labranca. 

Soggetto della rivista è l’area metropolitana milanese; la grafica si ispira vagamente all’essenzialità immediata e industriale degli anni meneghini Cinquanta e Sessanta, dai monocromi di Manzoni al lettering di Noorda per la MM. 

Il mio contributo si intitola Insetti: nel primo brano le bestioline sono metafora, nel secondo similitudine e nel terzo (qui sopra) traslato.

mercoledì 2 gennaio 2013

La guida Sbagliata /9


Illustrazione di Silvia Marinelli

Sprofondati in ampi cappotti e imbardati di sciarpe e berretti, i passanti attraversano gli spazi urbani senza precise qualifiche, pieni di se e di ma, ingigantiti da ombre sinistre e ridotti a cumuli di paure da sguardi obliqui, che alla luce del sole avrebbero tutt’altro significato.

La città, di notte, è una livella: le sue strade non hanno periferia, i suoi abitanti si assomigliano nelle intenzioni e si aggirano, avventori in cerca di bar, tirando il collo oltre solitari incroci, attratti da luminarie a intermittenza che indicano percorsi al luppolo, tappe etiliche e mete superalcoliche, assetati e già avvinazzati nei propositi.

***

Lungo il bancone, sotto il piano della musica, tra il luccichio delle spillette e gli opachi riflessi delle scaffalature a specchio, gomito a gomito, l’umanità, ridotta o diluita, scioglie grifagni pensieri urbani in old-fashioned di Negroni Sbagliato. 

Accade, però, che un tale senza più memoria del mondo là fuori, allargando le braccia in un gesto d’amore inopportuno, rovesci il bicchiere appena servito al vicino. Cola l’alcolico, cola l’avventore; e dall’impiastro schizzato a terra, pezzi di vetro e scaglie di ghiaccio, pasticcio e pastrocchio sotto le suole, esala l’ultimo fiato del cocktail. 

Come una fanfara le bestemmie del malcapitato accompagnano a lutto il suo Negroni, morto ammazzato da un estimatore ubriaco. Diranno, i vecchini accorsi a bere un bianchino il mattino dopo, si è trattato di un delitto passionale.


Nordest cafè
via Borsieri 35
Quartiere Isola
Prezzo Sbagliato 7 euro con aperitivo

martedì 1 gennaio 2013

Sentire, ascoltare /81

Sul panno verde di un tavolo da poker alla texana si affronta un gioco simile a un sistema di relazioni economiche accelerate, in scala ridotta.
Spartite le fiches, assegnati i posti e distribuite le carte, i giocatori, ciascuno con le proprie speranze, capacità e inclinazioni caratteriali, nel giro di pochi turni, rappresentano gli estremi di rapporti di forza diseguali. 

In breve, per intuito, fortuna o destino, uno o più giocatori accumulano un discreto credito a discapito degli sfidanti; le sorti del poker, una manche via l'altra, delineano prosperità e miseria di una piccola bisca. 

Le colonne di chips si ingrossano, altre si assottigliano, tal altre restano pressoché immutate; e i concorrenti, sul panno verde, in un colpo d'occhio aereo, riconoscono una realtà di classe e ceto che si allunga oltre i segni di un castello di carte. 

Così, i rappresentanti di questa lotta di classe alla texana -il chip leader, il fanalino di coda e l'uomo da metà classifica- appaiono come stereotipi di un gioco ben più cinico del poker. 

Il chip leader -tronfio, allegro, battuta facile- controlla ogni mano, interviene, con le proprie inarrivabili poste, per determinare il corso della competizione: punta, rilancia, costringe gli avversari a mosse avventate, spinge gli uni contro gli altri e amministra così, senza difficoltà, il tesoro. 

Il fanalino di coda -preoccupato, tristanzuolo e di poche parole- attende le carte giuste per il proprio all in, ovvero l'estremo tentativo di una scalata sociale che, tuttavia, il più delle volte, si rivela l'ultimo atto di gioco, l'eliminazione dal poker. 

L'uomo da metà classifica, quel ceto medio tanto discusso nei dibatti pubblici -oculato nelle scelte, poco partecipe al gioco e pieno di tic-, bada bene di non scivolare tra i posti bassi della classifica e attende, coi risparmi che ha da parte, che i concorrenti si affrontino e lascino strada spianata al podio. 

Così è, se vi pare. E però, trucchi e assi nelle maniche a parte, c'è chi, con indosso i panni del fanalino di coda, veste l'abito del campione; e in poche giocate rivoluziona le gerarchie e, anzi, livella il panno verde, restituisce speranze e destini, rilancia la gara. 

Si fa notte, quasi mattina, e di ritorno, per strada, si immagina la città velata da un grande panno verde pieno di concorrenti, carte, fiches. E si torna a giocare, a scala reale.

venerdì 14 dicembre 2012

Sentire, ascoltare /80

Ai margini delle strade, al mattino, appena cessate la pioggia o la neve, tra le fila dei parcheggi gialli e blu, alcuni tasselli di asfalto, asciutti e più chiari di quelli battuti dalle intemperie, sono indizio di ricoveri notturni per auto. 

La città, sveglia e già popolata, dopo il diluvio, apre ai suoi abitanti una cartografia di chiari e di scuri che traccia, per alcune ore, finché l'asfalto non avrà assunto un colore omogeneo, itinerari automobilistici di massa. 

In alcuni luoghi le fila dei parcheggi sono deserte e bianche; in altri sono lucide e nere; in taluni sono ancora, o da poco, nascoste dalle auto; in tal altri sono sporcate dagli schizzi delle pozzanghere. 

La mappa bagnata della mobilità urbana, poi, si dissolve; per non apparire più.

domenica 9 dicembre 2012

Sentire, ascoltare /79

Non avesse udito -distinti, senza equivoci- i passi di un uomo, oltre la porta di un bagno pubblico, al vento di un'area di sosta autostradale, quel tale, intento ad urinare, avrebbe speso altre parole per il proprio soliloquio.

Poco dopo, tra le auto e le pompe di benzina, rinsavito e domate le ombre di un'esistenza solitaria, si convinse, non senza personali resistenze e scrupoli, per timore di confidare verità a lui sconosciute, che non avrebbe più concesso alla sua coscienza alcuna confessione. 

lunedì 3 dicembre 2012

Sentire, ascoltare /78

I giorni di riposo asciugano la città: serrande calate, insegne spente, tende da sole annodate, sedie e tavolini impilati oltre le grate delle saracinesche, menù e sagome di pizzaioli riposti dietro lisci banconi da bar. 

Sulla strada, come nei letti dei fiumi d'estate, riappare quel senso di malinconia urbana che la piena delle attività -del fare- colma e spazza via nei giorni di lavoro; dalle finestre, a sbirciar fuori, lo spazio respinge gli sguardi e rifiata da ogni fatica. 

In poche ore di assenza di attività, l'appartenenza alla città si scioglie nei tombini, si disfa nell'aria, attraverso i comignoli: senza acquisti, pubblicità, marketing, vetrine e luminarie ciascun uomo abbandona il proprio ruolo sociale e se ne sta in disparte.

Sentire, ascoltare /77

Per le strade, lungo gli ampi spazi dei centri di alcune metropoli o stretti sul ciglio di contorte viuzze di botteghe e artigiani, i passanti, seppur a passi differenti, camminano, per una manciata di secondi, assorti nei propri personali convincimenti, gli uni accanto agli altri. 

Qualcuno ha da poco lasciato casa, qualcun altro passeggia da parecchie ore, taluno rincorre un appuntamento, tal altro non sa dove andare; vicine per un attimo, spalla a spalla, chi dandy chi chic, chi sobrio chi eccentrico, le esistenze lontane dei viandanti si confrontano, così come appaiono, sui marciapiedi, nei vicoli e nei viali. 

Le supposizioni, i se e le ipotesi, le astrazioni e le riflessioni si mostrano -sotto il calpestio della folla, tra passi, scarpe e andature differenti- con chiarezza, senza imbrogli, lampanti.