venerdì 15 febbraio 2013

Sentire, ascoltare /88


Il linguaggio e la sua applicazione all'arte del comunicare rappresentano, in città, il tentativo di plasmare il panorama sociale a piacere di chi ha l'opportunità di occupare le vedute pubbliche: cartelloni pubblicitari, impalcature, locandine, manifesti, video, gif, installazioni. 

Ne risulta uno spazio pubblico creativo, in qualche modo stimolante e mutevole. Le idee dell'oligopolio dei brand si allargano tra le strade, talvolta suscitano riflessioni, sdegno e approvazione, dibattiti e battute, desideri e passioni. 

Poi, in un giro di luna, annunciata da trombe e strilloni la campagna elettorale, gli attacchini scrostano dai muri le carte indurite dalle intemperie, i seni e le cosce delle modelle, le spume e le bionde delle etichette etiliche, i giochi di parole e le allusioni visive; gli agenti mandatari srotolano i rulli e ritirano le registrazioni, voci d’imitatori, vagiti, suoni della foresta, animazioni, fantasie; e la città assorbe l’inchiostro della politica. 

Pare così, il giro di luna dopo, nei propri tragitti urbani, che i volti dei candidati affissi, i claim partitici, le bandiere e i simboli d’identità disseminati tra banchine e pensiline, palazzi e paesaggi, siano copie sbiadite di quella tirannia del capitalismo visivo -imperi commerciali, pose plastiche e ritocchi, fustini e promozioni- che fa dell’area metropolitana uno spazio di libero pensiero, di stimoli e di sviluppo emozionale. 

Non c’è pluralità di intenzioni, nessuna creatività di parole o conflitto di vedute; e non è più ben chiaro se la politica sia un bene di cui non si possa vendere l’essenza o se non esista alcun bene di cui la politica riesca a farsi espressione originale e dirompente.

domenica 10 febbraio 2013

Aforismi, neologismi e bestialità /30

La realtà contiene ogni cosa, anche il proprio contrario. Dunque l’immaginazione è reale; un’astuzia che permette di concepire, senza limiti, l'esistente e la sua negazione.

Tuttavia, perché sia così, l’immaginazione non può appartenere esattamente alla realtà; altrimenti non sarebbe plausibile afferrare qualcosa d'altro, oltre la realtà stessa; che, di fatto, contiene ogni cosa, o quasi. 

Prendendo a vero ciò che non lo è, pare impossibile immaginare la realtà in modo definito; e tracciarne i confini netti con un diagramma di Eulero-Venn.

giovedì 7 febbraio 2013

Sentire, ascoltare /87

Quando le lettere si scolorano dai tasti, perché troppo si è scritto nel tempo, si avverte, sul monitor illuminato, il mistero del linguaggio

Persi i segni, privati di senso, le dita che pigiano i tasselli della tastiera nera -simile al monolito di 2001: Odissea nello spazio- rappresentano un atto di fede -palpabile e sensuale.

domenica 3 febbraio 2013

Sentire, ascoltare /86

Il desiderio di una vita borghese si nutre, tra Cimbali e Cosa le servo?, in sale e salette di bar milanesi: cappuccino, Corriere della Sera, bicchier d'acqua, brioche. 
I clienti giocano a fare i signori, pose e vanità, gambe accavallate, sopraccigli scostanti, labbra gonfie e briciole sui soprabiti. 

Ma accade che l'aria insufflata dai lancia vapore delle macchine per il caffè monti bianchi ricami in lattiere d'acciaio; e nel frastuono, impazienti, gli occhi si appiglino agli arredi. 

Ecco allora smerigliare le visioni e le nostalgie di esistenze altolocate la vista abominevole di sacchi trasparenti, in ampi frigo Algida, pieni di brioches precotte e congelate, bianche, inermi, ripugnanti, al limite della decenza, quasi degli incesti di lievito. 

Nebulizzano così, tra il crocchiare della sfoglia e la pasta frantumata nei denti, appiccicata al palato, il monito agli scalatori sociali, il richiamo al macabro, l'elogio alla standardizzazione culinaria, lo stress, la velocità, l'illusione e il calo del desiderio.

domenica 27 gennaio 2013

Sentire, ascoltare /85

In quella luce che filtra sottile sotto la porta e che si incunea oltre la toppa, si allunga, come un ologramma, nel buio artificiale della stanza, il ricordo dei risvegli domenicali d'infanzia. 

Dalle piccole e regolari feritoie della tapparella sfavilla, in coni di chiarore, la memoria del ciabattare mattutino di un parente. 

Stretto a un trapezio di bagliore, a metà altezza, sulla parete opposta alla finestra, si tiene, tra le pieghe di una lucidità intorpidita, pochi attimi dopo aver aperto gli occhi, l'idea del tempo che fu.

domenica 20 gennaio 2013

Sentire, ascoltare /84

Ha trovato la soluzione a un piccolo rompicapo: lambicca il cervello, sfrega i polpastrelli e schiude la bocca a stupore; una linguetta ricciuta sbuca sull'orlo scuro della cavità orale per inumidire leggermente l'angolo destro del labbro superiore. 

Come la sua, altre lingue, nello sforzo felice di risolvere un quesito, fanno capolino su volti increspati da marosi della mente. Altri modi, altri gesti: la mano che cerca pace e saggezza tra i peli della barba, il dito che stura l'orifizio dell'orecchio per filtrare guantate insinuazioni, l'occhio che strizza e la boccuccia che si arriccia in avanti per approvare con gusto; il labbro inferiore che si allarga per mostrare denti terrorizzati da parole masticate dall'interlocutore, e il naso, il sopracciglio, la guancia, i mustacchi. 

L'iconografia del volto umano pare sia nata, d'azzardo, una volta remota; ora, i tempi di reazione alle cose che accadono si incanalano in gesti e modi codificati, e sono il vezzo mimico che si spolvera con dileggio per dare immagine di sé agli altri, senza sorpresa, ma con garbata e piacente reiterazione.

domenica 13 gennaio 2013

Sentire, ascoltare /83

Si appiglia, in qualche luogo interiore, l'immagine di una città lontana. Di quella, molti ricordi sono assopiti, e quanto resta di vivo in memoria è destinato a combaciare con la città stessa. Per lei, città di mare avvitata attorno a vicoli centenari, vale l'immagine del vento. 

Abbandonate le ampie vie della città nuova, ci si addentra nel dedalo di viuzze del centro antico, dove tempi e costumi di un sentire lontano vivono stretti agli abitanti; tutt'uno con la pietra, quella gente tiene per mano qualcosa di impalpabile. 

L'aria spinta dal mare soffia alle porte di questo intrico di stradine e dirompe all'interno, dove può. Trova varco in via di Canneto il Lungo per poi diramarsi, senza perdere afflato, in altri vicoli.
Ne affiora una carta nautica urbana, senza acqua, con refoli ostinati in talune piazzette, soffi in tal altre salite, folate respingenti in alcune passeggiate, calma piatta in certi anfratti. 

Senza bussola né stelle -che i palazzi sono alti e come parallele si incontrano nel cielo, senza offrire punti cardinali- i passanti sono persi e goffi. 
A favor di vento un'anziana col bastone, sospinta dalla corrente aerea, pare camminare come un giovane longilineo -spalle larghe, senza pensieri.
Controvento un facchino si tiene il collo con il mento, in una posa che assomiglia a quella dei pugili quando, saltellando sulle punte dei piedi, si chiudono a riccio per evitare i colpi dell'avversario. 

Svoltato l'angolo il vento scema, e l'incedere dei passanti -claudicante, svogliato, elegante- rispecchia le loro personali inclinazioni ed esperienze. Ma l'angolo dopo è una rosa di venti e cadono i berretti e svolazzano le sciarpe.